23 maggio, Bolzoni: “Non ci si può accontentare della verità che abbiamo”

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Attilio Bolzoni, cronista di La Repubblica e autore di numerosi saggi sul fenomeno mafioso tra cui La mafia dopo le stragi. Cosa è oggi e come è cambiata dal 1992 edito da Melampo nel 2018, parla di quel tragico 23 maggio di 28 anni fa e spiega a Gnewsonline cosa resta ancora da scoprire su vicende che hanno segnato in profondità la storia recente del nostro Paese.

Da cronista ha vissuto da vicino il 23 maggio del 1992: che ricordo ne ha?

“Sì, io c’ero quel giorno a Capaci. L’impressione era quella di trovarsi di fronte a uno scenario di guerra, non solo di un attentato mafioso. Il cratere di Capaci era troppo grande per entrare in un’aula di giustizia. Potrà essere solo la storia a dirci tutto quello che è successo. Da giornalista, ma prima ancora da siciliano e da cittadino dico che non ci si può accontentare del pezzo di verità che abbiamo”.

Quanta parte di verità ancora manca per conoscere ogni aspetto delle stragi del 1992?

“Il lavoro dei magistrati di Caltanissetta è stato importante e ha permesso di condannare gli esecutori mafiosi della strage. I processi hanno ipotizzato che ci fosse anche qualcun altro dietro la strage, qualcuno che ha contribuito a organizzare l’attentato, che ha aiutato, che ne ha tratto vantaggio. D’altronde bastava osservare il cratere che ha inghiottito un pezzo di autostrada per rendersene conto”.

Dopo il fallito attentato dell’Addaura, si poteva fare di più per proteggere Giovanni Falcone?

“In effetti, Giovanni Falcone inizia a morire proprio il 21 giugno 1989, giorno del mancato attentato nella villa al mare. L’Addaura rappresenta l’inizio della sua fine. In quei giorni in Sicilia accaddero fatti molto strani: le lettere anonime per esempio. Fu allora che Falcone parlò di ‘menti raffinatissime’. Capì di essere entrato in un gioco troppo grande, un gioco di cui non faceva parte solo Totò Riina”.

La storia di Falcone è fatta anche di isolamento, delusioni, ostacoli…

“Conobbi Falcone nel 1979. Sin da subito ebbi l’impressione che fosse un corpo estraneo in Italia. Per la sua cultura, per la sua mentalità era un italiano fuori posto in un Paese di compromessi, di patti, di ricatti. Era un funzionario dello Stato, nel senso più alto del termine. Il suo successo più grande fu senza dubbio il maxi processo. Ebbe però tantissime delusioni. Fu sacrificato nel gioco delle correnti della magistratura almeno quattro volte, il Csm, per esempio, bocciò la sua nomina a capo dell’ufficio istruzione di Palermo, non venne eletto al Csm. Il suo isolamento iniziava proprio all’interno della magistratura”.

Qual è l’eredità che ci lascia Giovanni Falcone?

“Oltre alle sue straordinarie intuizioni, alla sua capacità di comprendere la mafia, di svolgere le indagini, il suo più grande lascito riguarda il modo di essere magistrato, le modalità con cui ha svolto il suo ruolo. Falcone è stato un magistrato sobrio, riservato, garantista. Questo assume ancora più valore alla luce delle vicende attuali che riguardano la magistratura”.