23 maggio, Guarnotta: “Verità e giustizia per Giovanni e Paolo”

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E’ stato uno dei componenti del pool antimafia coordinato dal giudice Antonino Caponnetto, e insieme a Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Giuseppe Di Lello ha istruito il Maxiprocesso di Palermo: Leonardo Guarnotta racconta la sua esperienza a fianco dei protagonisti di quella stagione e parla delle prospettive future della lotta alle mafie.

Che ricordo ha del 23 maggio di 28 anni fa?

“Ogni volta che penso a quella giornata mi sembra di riviverla. Avevo appena finito la mia solita partita a calcetto e gli uomini della scorta mi avvertirono che c’era stato un attentato. Pensai subito a Giovanni Falcone e a Paolo Borsellino, perché già avevano ricevuto minacce e segnali. Speravo di sbagliarmi ma purtroppo non fu così. Andai subito in ospedale ed entrai nella stanza di Giovanni: sembrava che dormisse, aveva solo un graffio. Fu un momento terribile, scoppiai a piangere. Perdemmo un collega carissimo grazie al quale avevamo ottenuto risultati straordinari”.

L’esperienza del pool ha cambiato il modo di indagare sulla mafia: come ci siete riusciti?

“Tutto è nato da un’intuizione geniale di Rocco Chinnici, poi portata avanti da Antonino Caponnetto. Capimmo che Cosa nostra non doveva essere considerata come un insieme di bande in lotta tra loro per lo spaccio ma come un’organizzazione unitaria e verticistica a cui si doveva contrapporre una squadra di magistrati coesi. ‘Uno per tutti, tutti per uno’: questo era il nostro modo di lavorare. Riuscimmo a ottenere risultati importanti grazie a un metodo innovativo. Grazie alle investigazioni bancarie e finanziarie riuscivamo a dimostrare rapporti che altrimenti sarebbero rimasti nascosti. Segui il denaro era la regola: la droga non lascia tracce ma i soldi sì”.

In una precedente intervista lei ha detto che “la magistratura può arrivare solo fino ad un certo punto, oltre al quale è necessaria che vi sia la fine dell’omertà della politica…”

“Il nostro rimpianto è quello di esserci fermati a un certo punto e di non aver potuto indagare i rapporti tra politica e criminalità organizzata. La sentenza di primo grado del processo sulla trattativa dimostra un perverso intreccio tra politica, mafia e imprenditoria. L’omertà è sempre stata il pilastro su cui si regge l’organizzazione mafiosa. E’ importante che lo Stato e le istituzioni non siano omertose. Occorre aprire gli archivi, scoprire i mandanti delle stragi per garantire finalmente verità e giustizia a Paolo e Giovanni”.

Cosa direbbe a un ragazzo che nel 1992 non era ancora nato e magari non conosce quel periodo?

“Direi innanzitutto che bisogna ricordarsi di Falcone e Borsellino non solo il 23 maggio o il 19 luglio ma tutto l’anno. Gli direi anche che ciascuno di noi ha il dovere di fare la propria parte: occorre sempre andare avanti nonostante ostacoli, difficoltà o delusioni. In questo consiste la moralità umana. Solo così il ricordo di Giovanni e Paolo rimarrà vivo. Solo così la loro morte non sarà vana”.