Celestini e le barzellette che “rovesciano” il sistema

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Ascanio Celestini, attore, regista e scrittore, ha partecipato per tre giorni (10, 11 e 12 aprile) nel carcere di Spoleto al progetto “Adotta uno scrittore” a cura del Salone Internazionale del Libro di Torino che ha previsto incontri senza filtri e censure tra un autore e gli studenti di una scuola superiore. Trenta gli istituti e altrettanti gli autori ospitati tra i banchi, ma l’artista romano e altri nove colleghi hanno voluto essere presenti in sezioni di  scuole carcerarie.

Può raccontarci questa esperienza a contatto con i detenuti. Che cosa ha fatto nei tre giorni che ha passato con loro?
“Giorgio Flamini (l’organizzatore dell’evento, ndr), mi ha parlato del lavoro che fa da anni in carcere con i detenuti e gli operatori. Del loro modo di pensare il teatro. E abbiamo cominciato da lì. Dalla loro esperienza di artisti. Non credo sia interessante forzare qualcuno ad affrontare questioni che non vengono sollevate da lui. Così abbiamo preso spunto dall’attività che ognuno di loro ha in comune con gli altri. Non c’era il tempo, né il motivo di fare un laboratorio, di affrontare questioni tecniche”.

Ha parlato anche a loro del suo libro Barzellette?
“È stato il gioco che ci siamo portati avanti per tutti e tre i giorni. Una seria e valida opera filosofica potrebbe essere composta interamente da barzellette scriveva Wittgenstein. Ma attraverso le barzellette possiamo affrontare qualsiasi discorso. Amore, morte, lavoro, follia, fede, emarginazione, sesso… Attraverso le storielle possiamo parlare di qualsiasi esperienza umana, positiva o negativa, collettiva o individuale. È una chiave d’accesso per scavare nell’esperienza umana. Più che una visione del mondo, è una visione dell’uomo”.

Come mai la scelta di puntare su questo genere?
“Non mi interessa la barzelletta per la sua funzione ludica. Anzi non credo che serva per giocare e scherzare. O meglio: lo scherzo è tanto più coinvolgente quanto meno resta in superficie. L’unico confronto che mi viene in mente è con la veglia funebre. Accanto al morto (e dunque accanto alla morte come elemento spaesante) possiamo mettere in moto un meccanismo di difesa e attacco. In certe culture il rituale è differente per la notte e il giorno. Con la luce del sole si compie il rito sociale, solidale col dipartito. La cerimonia pubblica impone un comportamento sobrio. Con l’arrivo della notte si scatena la violenza dell’inconscio, si sfogano le contraddizioni. Per questa seconda fase Ernesto De Martino (antropologo e studioso di etnografia delle società contadine del Novecento, ndr) parla anche di “giochi lascivi”. Commenti sconci, atteggiamenti fortemente ambigui, baci e movenze, oggetti fallici che servono a rovesciare l’esperienza della morte in un’esperienza potentemente vitale”.

Dunque che cos’è per le i la barzelletta?
“Per me la barzelletta è un’esperienza di rovesciamento. Il riso che provoca non è la risata a denti stretti della Settimana Enigmistica o il gesto di allegra approvazione nei confronti di qualcuno che ci mette allegria, ma il fou rire (l’incontrollabile accesso di riso, ndr) più simile alla morte dello strano serpente con la coda appuntata, che gli fumava come una cappa di camino del libro XX di Pinocchio. Il burattino cerca di scappare, ma inciampa e restò col capo conficcato nel fango della strada e con le gambe ritte su in aria. Allora l’animale fu preso da una tale convulsione di risa, che ridi, ridi, ridi gli si strappò una vena sul petto e morì”.

Come hanno reagito i detenuti? Qual è stata la barzelletta che hanno gradito maggiormente?
“Certamente quelle legate alla sessualità. Soprattutto quando la barzelletta racconta un’esperienza concreta e non quando viene utilizzata come rivelazione per qualche altro meccanismo che le è estraneo. Perciò le tante storielle sul marito che scopre la moglie a letto con un amante risultano essere meno erotiche di altre apparentemente meno piccanti. L’assurdità della detenzione nel nostro Paese è anche nell’aver coniugato la pena che deve tendere alla rieducazione del condannato, come recita l’art. 27, a una sorta di castrazione di fatto”.

Dall’esterno si fa fatica a pensare che in carcere si possa ridere….
“Ribadisco: il riso non è un gioco per gente spensierata. C’è molto più tormento nelle storielle ebraiche quando ridono della Shoa che nell’austerità delle celebrazioni ufficiali”.

I luoghi comuni rappresentano il paradigma delle barzellette e finiscono per identificare quasi tutte le categorie sociali (carabinieri, neri, cinesi, mogli, mariti, politici, pierini etc… ). Esistono barzellette anche sui detenuti?
“Per il mondo del carcere ne racconterei una russa. Un esempio per dire che giustizia e ingiustizia spesso cambiano a seconda del contesto.

Siamo ai tempi di Michail Sergeevič Gorbačëv e tre carcerati si confrontano.
Il primo dice: – Io sono qui perché ero un oppositore di Gorbačëv.
– Invece io sono recluso perché ero suo sostenitore, – dice l’altro e chiede al terzo: – E tu?
– Io sono Gorbačëv!”.

E sui giornalisti?
“Sul settore dell’informazione potrei citarne una che mostra come il racconto della verità può raccontare una menzogna se è fatto solo a metà.

Un giornalista viene mandato a intervistare un centenario. – Come ha fatto a raggiungere questo traguardo? – chiede.
– Mangio leggero e sano, – risponde il vecchio, – non ho mai bevuto o fumato, vado a dormire presto…
E in quel momento si sente un gran trambusto nella stanza vicina. Qualcuno è caduto a terra spaccando qualcosa. Due voci accompagnano il fracasso. Una maschile e l’altra femminile.
– Cosa succede? – chiede il giornalista.
– È quell’alcolizzato di mio padre, dice il centenario, – torna sempre a casa tardi con qualche mignotta!”.