Come il coraggio di Giuseppe Antoci sconfisse la Mafia dei pascoli

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E’ stato presentato ieri a Roma al Tempio di Adriano il libro “La mafia dei pascoli” di Giuseppe Antoci, già presidente del Parco dei Nebrodi e Nuccio Anselmo, scrittore e cronista di giudiziaria della Gazzetta del Sud.  Hanno partecipato con gli autori, Federico Cafiero De Raho, Procuratore Nazionale Antimafia, il Prefetto Franco Gabrielli, Capo della Polizia, Tina e Giovanni Montinaro.

Nel libro, introdotto dalla prefazione di Gian Antonio Stella, si descrive il flusso di miliardi di euro che per anni è arrivato nelle casse di Cosa nostra: i boss affittavano ettari di terreno nel Parco dei Nebrodi, in Sicilia, lasciandoli incolti e incassando i contributi dell’Unione Europea attraverso “regolari” bonifici bancari. Un business che nessuno aveva avuto il coraggio di denunciare e che per lungo tempo ha terrorizzato agricoltori e allevatori onesti e che il procuratore Guido Lo Forte definì la “terza mafia”.

Giuseppe Antoci, alla presidenza del Parco dei Nebrodi dal 2013 al 2018, con il “Protocollo legalità” è riuscito a strappare alle famiglie mafiose i terreni che avevano ottenuto in concessione grazie alla complicità di funzionari corrotti o impauriti, dietro il pagamento di somme di gran lunga inferiori al valore reale. Il libro racconta come l’introduzione del protocollo abbia imposto la presentazione del certificato antimafia a coloro che volevano prendere in affitto i terreni dell’area, destabilizzando la cosiddetta “mafia dei pascoli” e interrompendo le pratiche illecite e il flusso di denaro alle mafie. Oggi il protocollo è stato recepito nel nuovo codice Antimafia e ha validità sull’intero territorio nazionale.

E’ proprio per le azioni compiute per riportare la legalità e ridare i terreni ai giovani siciliani che Antoci subisce un attentato nel Messinese la notte tra il 17 e il 18 maggio 2016. Un agguato sulla strada statale che collega San Fratello a Cesarò (Messina) in cui numerosi proiettili colpiscono l’auto blindata senza ferire, per fortuna, né lui né i due agenti di scorta richiusi nell’abitacolo alcuni minuti senza poter rispondere all’attacco. L’arrivo immediato di una seconda auto della polizia con a bordo un autista e il commissario Daniele Manganaro, addetto alla sua protezione, che risponde al fuoco degli attentatori e li mette in fuga, salva la vita ad Antoci e ai suoi uomini.

Un libro scritto a due voci: da una parte Giuseppe Antoci con la sua testimonianza coraggiosa di una battaglia di legalità, dall’altra Nuccio Anselmo che racconta le dinamiche mafiose del territorio e gli innumerevoli omicidi ancora irrisolti.

In un passaggio della presentazione Antoci ha dichiarato: “Non è stato facile, avevamo capito che era rischioso. In una telefonata un caro amico mi disse: ‘guarda che sei seduto su una polveriera’. Dovevamo scegliere: o continuare facendo finta di niente o agire per dimostrare ai nostri figli che certe volte contano i fatti e non le parole. Noi abbiamo fatto soltanto il nostro dovere, questa terra non ha bisogno di eroi ma di normalità, fare il proprio dovere deve essere normale. E’ vero che non c’è bisogno di eroi ma gli uomini della mia scorta quella notte lo sono stati”.

“Le mafie sono forti quando c’è il silenzio – ha dichiarato De Raho, Procuratore Nazionale Antimafia – così riescono a muoversi e ad allargarsi assumendo il controllo del territorio e di vasti settori economici. Qui acquisivano terreni senza che nessuno muovesse nulla, venivano emessi bandi dai Comuni per migliaia di ettari, per finti coltivatori agricoli ai quali rispondeva una sola società formata da famiglie mafiose e nessuno diceva nulla, è avvenuto per anni. Chi doveva opporsi e non lo ha fatto ha consentito alle mafie di allargarsi e diventare sempre più forti”. “La mafia ha aggredito l’unica persona che aveva mosso il meccanismo – continua De Raho –  ma è importante intervenire tutti insieme, per non lasciare isolato chi denuncia”.

Il momento più toccante dell’evento al Tempio di Adriano è stata la lettura di un brano del libro ad opera di Giovanni Montinaro, figlio di Antonio il caposcorta di Giovanni Falcone, presente in sala con la madre Tina Montinaro che ha dato vita all’associazione ‘Quarto Savona 15’ prendendo spunto dal nome in codice dell’auto blindata fatta saltare in aria a Capaci. I diritti del libro riservati agli autori saranno devoluti all’associazione.