Detenzione e letteratura: tre storie di carcerati che si fanno scrittori

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“Vi presento tre storie di carcerati che si fanno scrittori”. Questo il titolo di un contributo che il vaticanista Luigi Accattoli ha inserito pochi giorni fa nel suo blog.

Accattoli apre così lo spazio dedicato  quel filo particolarmente suggesstivo che lega detenzione e letteratura.

La prigione è metafora di tante cose e sul pianeta c’è la cella del monaco e c’è quella del carcere: parto da questo doppione per dire come anche il carcere possa portare lontano. Racconto di tre detenuti che di strada ne hanno fatta e uno è arrivato a farsi monaco. – E’ l’attacco di un mio articolo sull’universo carcerario che la rivista “Il Regno” ha pubblicato con il titolo “La prigione è un convento. Storie di carcerati che si fanno scrittori”. Nei commenti qualche riga sui tre detenuti dotati di parola che ho avuto la ventura d’incontrare.

I tre detenuti-scrittori sui quali il vaticanista si sofferma sono: James Bishop, Carmelo Gallico e Carmelo Guidotto.

Il libro realizzato da James Bishop si intitola Una via nel deserto. Commento alla Regola di san Benedetto per chi è in carcere (LEF, Firenze 2019, pp. 282). Scrive Accattoli: “L’autore, James Bishop, che fu in carcere negli USA per dieci anni a seguito di gravi reati, appartiene oggi alla Comunità mondiale per la meditazione cristiana ed è un oblato benedettino. Come la parola «cella», anche la parola «prigione» può avere il suo doppio: «Attraverso la Regola e la meditazione – scrive Bishop – sono arrivato a capire come abbia vissuto in una prigione autoimposta per molti anni e come, dopo essere stato spedito in una prigione vera, mi sia sentito più libero».

Carmelo Gallico, autore di La mia vita rubata da faide e ’ndrangheta (Edizioni Anordest, Lancenigo 2013, pp. 251),  è il vincitore del Premio Castelli 2019.

Sulla fitta corrispondenza tra Carmelo Guidotto e Carmela Cosentino è costruito il terzo libro a cui Accattoli fa riferimento: La luce della jnestra. Riflessi di umanità dal carcere (Ancora, Milano 2019, pp. 249). Riflette Accattoli: “Il primo autore che segnalavo (Bishop, ndr) trovava la libertà nella meditazione. Il secondo (Gallico, ndr) nella scrittura. Il terzo la trova nella lettura e nella scrittura tra loro contaminate”. “Jnestra in siciliano è ginestra e il titolo è preso da un brano dove Carmelo torna a sentirsi «libero dentro» contemplando una foto con «una macchia di jnestra bellissima» che gli ha mandato Carmela. Carmelo Guidotto è condannato all’ergastolo, Carmela Cosentino è un’assistente sociale che gli diviene amica di penna. Lei gli porta e spedisce libri, narra concerti e mostre. Lui si giova di ogni appiglio: «Io sono onnivoro, leggo di tutto. Solo leggendo si va fuori di qua». In Carmelo – che fa anche il volontario nella biblioteca del carcere – la scrittura fluisce naturale come figlia primogenita della lettura. «Scrivi, scrivi» l’incoraggia lei. E lui asseconda, anzi precorre l’invito: «Non faccio altro che leggere e scrivere», confida trasognato. E confessa che scrivendo sempre si sente «più leggero»”.