“Difficile recidere legame tra web e terrorismo”

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“Le caratteristiche stesse degli ordinamenti liberali occidentali rendono molto difficile, quasi impossibile, debellare la propaganda jihadista sul web”. La pensa così Alessandro Orsini, docente di Sociologia del terrorismo, direttore dell’Osservatorio sulla Sicurezza Internazionale della LUISS di Roma e autore di numerosi libri sul fenomeno terroristico e sulle sue implicazioni comunicative e mediatiche.

Professor Orsini, alla luce del blitz che ha sgominato un’organizzazione criminale che gestiva una tratta di migranti clandestini, tra cui anche ricercati per vari reati, pensa davvero che la rotta del canale di Sicilia possa diventare un corridoio per terroristi pronti a colpire l’Italia?

“Ho molti dubbi su questo. E’ uno scenario possibile ma che considero poco probabile. Come ho spiegato nel mio ultimo volume (L’Isis non è morto. Ha solo cambiato pelle, Rizzoli editore) finora Isis e Al Qaeda non hanno fatto questa scelta strategica, neppure nella fase più acuta degli attacchi, e non vedo ragioni per cui debbano iniziare a farlo ora. Le nostre polizie sono molto attente e incisive: portare potenziali terroristi in altri Paesi europei, verso nord, utilizzando l’Italia è molto complicato”.

Nell’indagine della Procura di Palermo è emerso come il capo dell’organizzazione si servisse del web per fare propaganda jihadista e per favorire processi di radicalizzazione…

“Non è una novità, anzi ormai è un fatto consolidato. La Rete offre grandi opportunità e anche i terroristi mirano a sfruttare le sue enormi potenzialità. I jihadisti per esempio utilizzano Internet per ricavare informazioni su come realizzare ordigni. Il web, inoltre, veicolando la cultura jihadista favorisce la costruzione dell’identità sociale dei terroristi. E’ raro però che un processo di radicalizzazione avvenga solo ed esclusivamente attraverso Internet.”

Quali sono gli strumenti e le strategie che le nostre forze di sicurezza possono adottare per arginare questo fenomeno?

“La radicalizzazione jihadista e l’uso dei social hanno messo in difficoltà le democrazie liberali occidentali. Le garanzie e gli assetti costituzionali dei Paesi a ordinamento liberale rendono in alcuni casi molto difficile per la magistratura affrontare e perseguire questi comportamenti. Il problema non può essere risolto totalmente. Basti pensare all’episodio dell’imam tunisino di Andria e alla pronuncia della Cassazione nel 2016. In quel caso i giudici stabilirono che il reato di terrorismo internazionale di matrice islamica a carico di imam o di loro seguaci impegnati in attività di indottrinamento e proselitismo non è configurabile se a tale attività non si affianca l’addestramento al martirio di adepti da inviare nei luoghi di combattimento. Insomma la propaganda e l’indottrinamento non bastano se a essi non seguono anche ulteriori comportamenti funzionali al compimento di atti terroristici. Il quadro è molto complicato. In quel caso, intervenne poi il Ministero dell’Interno con l’espulsione e il rimpatrio dell’imam in questione”.