Donne in magistratura: il sorpasso rosa c’è stato

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Nel 1963, con la legge n. 66, lo Stato finalmente riconosce alla donna la possibilità di accedere “a tutte le cariche, professioni ed impieghi pubblici, compresa la magistratura”, aggiungendo, perché non si generino equivoci: “nei vari ruoli, carriere e categorie, senza limitazione di mansioni e di svolgimento della carriera”.

Già 15 anni erano passati dall’entrata in vigore della Costituzione che dichiarava all’articolo 3 che: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso…”. Ma nel frattempo erano stati banditi 16 concorsi e nominati poco più di 3mila vincitori, tutti rigorosamente maschi, perché una legge del 1919 escludeva le donne da tutti gli uffici pubblici che implicassero l’esercizio di diritti e di potestà politiche. Poi nel 1960 la Corte Costituzionale dichiara la parziale illegittimità dell’articolo 7 della l. 1176/19, giusto nella parte che dettava questa antistorica esclusione.

Il 3 maggio 1963 viene bandito il primo concorso finalmente aperto alla partecipazione delle donne e il 5 aprile del 1965 entrano in servizio le prime 8 donne magistrato: Letizia De Martino, Ada Lepore, Maria Gabriella Luccioli, Graziana Calcagno Pini, Raffaella D’Antonio, Annunziata Izzo, Giulia De Marco, Emilia Capelli.

L’onda rosa pian piano è montata modificando gli equilibri della magistratura: da esclusivamente maschile che era, si comincia a vedere un quasi equilibrio nella presenza dei generi e, nel 2013, a 50 anni dalla norma che ha aperto la porta alla loro presenza, sono 4006 su un totale di 8678 magistrati.

Oggi, 8 marzo 2019, il Consiglio Superiore della Magistratura ha pubblicato nuovi dati che scattano la foto del sorpasso rosa: su 9401 magistrati ordinari, 5103 sono donne, cioè il 53% del totale. E se guardiamo ai giovani magistrati in tirocinio, il dato è ancora più netto, perché la percentuale di donne è del 66%, 231 su un totale di 351 giovani toghe.

Da qui però a pensare che tutto sia ora in equilibrio, ce ne passa.
Se spostiamo infatti l’attenzione sugli incarichi direttivi, il dislivello resta sensibile: su 447 posizioni apicali, il 72% è ancora ricoperto da uomini, cioè 1 donna su 4 colleghi maschi. Insomma, solo il 28% degli incarichi di vertice è occupato da donne. Questa percentuale si alza nell’ambito degli uffici giudicanti mentre si abbassa nei requirenti e, in questi ultimi, alle donne si assegna prevalentemente la direzione delle procure per i minorenni, mentre minima è la percentuale con incarichi direttivi nelle procure della Repubblica presso i tribunali (16% circa).