Guglielmo, il frate rivoluzionario “campione” del sistema accusatorio

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11E’ iniziata lunedì, con la prima delle quattro puntate, la serie ispirata a Il nome della rosa, romanzo di Umberto Eco, la cui prima edizione risale al 1980. Fu un grandissimo successo e altrettanto consenso ottenne il film di Jean Jacques Annaud, che uscì nel 1986, con un grande cast e Sean Connery nei panni del frate francescano inglese Guglielmo da Baskerville. La serie su RaiUno, diretta da Giacomo Battiato e premiata dagli ascolti del pubblico televisivo (6.501.000 spettatori, 27.4% di share),  è stata girata tra l’Abruzzo e il Lazio. Negli studi di Cinecittà è stata invece ricostruita l’abbazia oltre alle celle dei monaci, la Sala del Capitolato, il refettorio e la biblioteca con il suo labirinto.

Ne Il nome della rosa, ambientato alla fine del 1327, una delle molteplici chiavi di lettura riguarda il conflitto storico/culturale tra l’inquisitore Bernardo Gui e Guglielmo da Baskerville, a sua volta ex-inquisitore, divenuto seguace del nascente metodo scientifico, basato sull’osservazione e sul razionale collegamento dei fatti.

E così, a fronte delle misteriose morti che si verificano nell’abbazia benedettina, il primo segue subito la pista dei riti satanici ed estorce confessioni tramite torture; il secondo riflette, senza fretta, sugli accadimenti e li collega. Da una parte il reato come peccato, e viceversa, e la necessità di punire qualcuno presto e in maniera esemplare; dall’altro la fatica del ragionamento probatorio induttivo (o meglio forse abduttivo, avendo come obiettivo la spiegazione del singolo fatto concreto e non l’elaborazione di una regola generale). Sullo sfondo, la feroce resistenza dell’ortodosso sapere dogmatico al pensiero razionale, potenzialmente devastante, per l’ordine di potere costituito.

La questione è ancora in piedi, se si pensa che appena ieri – nel 1989 – il codice di procedura penale inquisitorio (cioè quello in cui la prova si forma durante le indagini senza la presenza di un difensore; l’obiettivo è la confessione del reato e il processo inizia dunque con l’interrogatorio dell’imputato) fu – non senza resistenze – sostituito da un impianto tendenzialmente accusatorio (la prova si forma soltanto in dibattimento nel contraddittorio delle parti in condizioni di parità; un’accusa non confermata in quella sede o portata da persona che si sottragga all’interrogatorio da parte della difesa non può in nessun caso condurre alla condanna dell’imputato).

Certo, tutto questo – da sempre – costa fatica, e infatti, mentre Guglielmo da Barskerville elaborava i propri ragionamenti, Bernardo Gui era già arrivato alle sue “facili” conclusioni in ordine al reato/peccato (si ricorderanno i “congressi carnali” tra alcuni frati e la povera contadina che in cambio chiedeva cibo; del gallo nero destinato alla padella e subito reinterpretato come prova sicura di riti satanici). Peccato che fossero sbagliate, ed esatti invece gli approdi del francescano razionalista: morivano tutti quelli che arrivavano a mettere le mani sulle pagine, avvelenate, del volume proibito: il secondo libro della Poetica di Aristotele che (orrore!) tratta della commedia e del riso.

Una risata vi seppellirà, si sarebbe detto tanti secoli dopo. L’Inquisizione lo sapeva sin troppo bene già allora.