“La negazione del diritto all’oblio
non aiuta a rinascere”

Susanna Ripamonti, direttore di Carte Bollate giornale del carcere di Bollate
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La Carta di Milano, detta anche la Carta delle pene, è un protocollo deontologico in otto punti, obbligatorio per tutti i giornalisti italiani, che detta vere e proprie regole da osservare quando si scrive e si parla di detenuti. E’ stata approvata definitivamente l’8 gennaio 2013 dall’Ordine nazionale dei giornalisti, alla fine di un percorso che ha visto coinvolti non solo operatori e giornalisti, ma detenuti, e in particolare quelli presenti nelle redazione delle tre storiche testate di altrettante carceri: Carte Bollate, dell’omonimo istituto milanese, Ristretti orizzonti del carcere di Padova e Sosta forzata dell’Istituto penale femminile de La Giudecca

Si tratta di un documento nato dal “basso”, dalle osservazioni di coloro che lavorando con i detenuti, in carcere o fuori, si sono confrontati con un linguaggio spesso distorsivo della realtà, che non tiene in alcuna considerazione il dettato costituzionale dell’articolo 27, in cui tra l’altro si legge che le pene inflitte non devono “consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.

Sono passati 6 anni e abbiamo chiesto a Susanna Ripamonti, che era ed è il direttore di Carte Bollate, di ripercorrere le tappe che hanno portato alla approvazione della Carta e fare il punto sul suo stato di salute.

Quando avete avvertito la necessità di rivedere il linguaggio giornalistico relativo al mondo del carcere?
“E’ una riflessione che è partita in un ambito anche più allargato. Diciamo che nel biennio 2007-2008, e poi anche negli anni successivi, abbiamo sempre partecipato a degli incontri delle redazioni giornalistiche carcerarie che si tenevano presso il penitenziario di Padova, organizzati da Ristretti orizzonti, in cui si metteva l’accento sulla rappresentazione mediatica del carcere che veniva sempre distorta, soprattutto quando riguardava l’applicazione delle misure alternative o la fruizione di benefici carcerari. Poi, come Carte Bollate, abbiamo iniziato a organizzare corsi, convegni e seminari sulla rappresentazione mediatica del carcere, rivolgendoci sia ai colleghi che si occupano di cronaca, in particolare di cronaca giudiziaria, sia alle scuole di giornalismo. In quell’ambito è nata l’idea di creare assieme all’Ordine dei giornalisti un codice deontologico che regolamentasse questo genere di informazioni. Abbiamo lavorato molto nella nostra redazione, studiando e documentandoci, e con la collaborazione dello Sportello giuridico di Bollate, e quindi dei detenuti e dei giuristi che ne fanno parte, abbiamo fatto una prima stesura della Carta di Milano”.

E in questa prima bozza avete tirato dentro Ristretti orizzonti, Sosta forzata, le altre redazioni…
“Esatto, abbiamo fatto questa prima bozza su cui ci siamo confrontati sia con Ristretti orizzonti, sia con Sosta forzata, e il documento è stato approvato – in prima battuta – dall’Ordine dei giornalisti dell’Emilia, della Lombardia e del Veneto. Poi nel 2013 abbiamo convinto l’Ordine nazionale dei Giornalisti ad approvare la Carta che è del settembre del 2013, solo l’anno prima era stata approvata in sede locale, nelle tre Regioni promotrici”.

Oggi la Carta di Milano esiste e i giornalisti dovrebbero attenersi alle sue indicazioni. Ma cosa è cambiato realmente? Perché si tengono ancora corsi per giornalisti, e ancora si parla di un linguaggio che non è esattamente quello dovrebbe essere?
“I primi a non applicare la Carta di Milano sono proprio quelli che l’hanno emanata, cioè, l’Ordine dei giornalisti. Abbiamo mandato segnalazioni di palesi violazioni ma sono sempre state archiviate senza motivazioni. Ti scontri contro un muro, nel senso che l’Ordine dei giornalisti è il primo a non tener conto di ciò che indica la Carta, soprattutto su un tema che è quello del diritto all’oblio che chiaramente confligge con il diritto di cronaca”.

Con il web il diritto all’oblio è quasi una mission impossible: un fatto che finisce sul web potrà essere sempre recuperato e riportato alla conoscenza di tutti. Nel caso di un detenuto che abbia scontato la pena e stia cercando di affrancarsi da un passato non edificante, cosa vuol dire veder riemergere fatti che lo riguardano?
“Nella prima stesura della Carta di Milano il diritto all’oblio era slittato, cioè, inizialmente nella nostra bozza era un articolo, mentre nel testo successivamente approvato è stato spostato nella premessa, diventando così una indicazione rivolta ai giornalisti che invitava a bilanciare la necessità di tutelare la memoria collettiva con quella di non ledere un articolo fondamentale della Costituzione, l’articolo 27, che dice invece che bisogna aiutare il detenuto nel suo reinserimento. Ovviamente, la negazione del diritto all’oblio e il ricordare sempre, quando un personaggio noto alle cronache esce, quale è la sua storia, il suo passato, magari a 30 anni dall’accaduto, certo non aiuta. Però riuscire a vincere questa battaglia è molto importante: si tratta di una battaglia culturale di dimensioni talmente vaste che non c’è Carta che tenga. Devono essere molte di più le forze e le voci che fanno pressione, perché non si tratta di un problema di linguaggio, ma piuttosto di un problema di cultura e di consapevolezza della pena”.

Frasi come “marcire in galera” o “buttare la chiave” sono ancora espressioni fin troppo utilizzate. Viviamo in una società che guarda al detenuto e alla possibilità del suo reinserimento nella società con grande diffidenza. Crede che sia il caso di rifare il tagliando alla Carta di Milano?
“Assolutamente sì. L’Ordine dei giornalisti ha fatto un Testo Unico riassumendo tutte le Carte e, fra queste anche la Carta di Milano, ridotta però al nocciolo, a quattro articoletti che se venivano ignorati prima adesso sono del tutto trascurati. Quindi, da un lato, sì, bisogna riprendere una negoziazione con l’Ordine dei giornalisti, ma anche l’idea che di recente, partecipando a un convegno a Milano, è nata credo che sia da coltivare: sarebbe quella di creare una sorta di osservatorio in grado di monitorare costantemente quale sia la qualità dell’informazione che i media diffondono sul carcere. Questa è una proposta che abbiamo fatto, anche se servirebbero almeno degli strumenti minimi per realizzarla”.

Lo studio della Carta di Milano è nei programmi d’esame così come nella formazione permanente; ai giornalisti si richiede la conoscenza degli strumenti del trattamento penitenziario, le misure alternative alla detenzione ma poi negli articoli tutti questi elementi non si vedono…
“Purtroppo è così. L’Ordine dei giornalisti continua a inserire stabilmente, sia nei programmi di esame, sia nella formazione permanente, questi argomenti che riguardano l’esecuzione penale in generale. Non solo lo studio della Carta di Milano, ma anche quale è la terminologia che va utilizzata. Poi però ci accorgiamo che la stampa in generale continua a confondere la libertà con tutte le misure alternative che esistono: un fatto gravissimo. Tutte le volte che parli di una persona che va agli arresti domiciliari, o in articolo 21, in affidamento, e scrivi che è già libero dopo pochi anni di prigione, diffondi una notizia sbagliata e scorretta, ma soprattutto diffondi il  timore che non esista la certezza della pena, mentre è vero il contrario”.

E, tra l’altro, non si dà abbastanza rilievo all’influenza che le misure alternative alla detenzione, la possibilità di essere avviati ad attività lavorative, abbia sull’abbattimento della recidiva…
“Un articolo della Carta di Milano dice che è importante ricordare sempre quale sia l’incidenza della recidiva tra le persone che usufruiscono di questi scampoli di libertà in prestito, delle anticipazioni di libertà, rispetto a quelli che restano in carcere fino all’ultimo giorno. La recidiva passa dal 70%, per questi ultimi, a cifre che sono nettamente al di sotto del 20%, per coloro che aderiscono a programmi di reinserimento. E allora significa che queste misure vogliono dire sicurezza per tutti, perché la sicurezza passa per queste strade. Mentre tutte queste misure vengono puntualmente presentate come una diminuzione della sicurezza sociale per tutti e, appunto, come una incertezza della pena”.