Stragi del ’92, Palazzolo: “Ancora aspetti oscuri, aprire archivi di Stato”

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Il 23 maggio del 1992 il tritolo di Cosa nostra privava il Paese di un coraggioso e determinato servitore della giustizia: Giovanni Falcone. A distanza di 27 anni dalla strage di Capaci e da quella di via D’Amelio in cui perse la vita Paolo Borsellino il principale punto di domanda riguarda la ricerca della verità. Ne abbiamo parlato con Salvo Palazzolo, autore di numerosi saggi su Cosa nostra e sul fenomeno mafioso, tra cui “Falcone Borsellino. Mistero di Stato” (insieme a Enrico Bellavia, Edizioni della Battaglia, Palermo 2002) e “I pezzi mancanti. Viaggio nei misteri della mafia” (Edito da Laterza, Roma 2011).

Cosa rimane da scoprire sulle stragi?
“Le indagini e i processi fatti in questi anni da tanti coraggiosi magistrati segnano una strada: molto abbiamo scoperto ma restano ancora tanti lati oscuri, segnati nelle stesse sentenze. La sentenza del Borsellino quater ha aperto scenari inquietanti sul colossale depistaggio rispetto a quanto avvenuto in via D’Amelio il 19 luglio 1992. I giudici lo hanno definito il più grande depistaggio della storia italiana. Nella sentenza del Falcone bis si aprono ulteriori scenari su cointeressenze che ambienti esterni a Cosa nostra avrebbero avuto nell’attentato di Capaci. Adesso resta da scoprire che fine hanno fatto le parole di Falcone e Borsellino racchiuse in alcuni documenti di fondamentale importanza. Ricordo, per esempio, che non abbiamo ancora l’agenda rossa di Borsellino e il diario di Falcone che era contenuto in un file all’interno dei suoi computer al ministero della Giustizia. Queste parole sono importanti non soltanto per le indagini ma perché rappresentano le intuizioni di quelli che chiamo i nostri martiri che immaginavano un futuro migliore per il Paese”.

Falcone, dopo il fallito attentato dell’Addaura, parlò di “menti raffinatissime” dietro le azioni dei clan…
“Falcone sicuramente aveva colto nel segno. Purtroppo spesso nella storia italiana i poteri criminali sono stati orientati da menti raffinate che nel corso del tempo hanno fatto parte di diversi ambienti. Ancora oggi questa è una chiave interpretativa di estremo interesse per comprendere l’evoluzione delle mafie. Mafie che non sono soltanto un potere criminale in senso stretto ma che riescono talvolta a essere dentro i circuiti economici, dentro taluni palazzi delle istituzioni. La sollecitazione di Falcone rimane attualissima perché ci ricorda che la sfida alle mafie è una sfida a tutto campo. Le mafie sono tali perché cercano sempre di essere vicine al potere”.

Giungeremo mai a una verità certa, definitiva e completa sulla stagione delle stragi?
“Questa verità la possiamo ottenere non soltanto con il lavoro, pur fondamentale, della magistratura. Adesso, al punto in cui siamo, occorre anche l’impegno della politica. Dalle indagini sono emerse le cointeressenze all’interno di pezzi delle istituzioni. E’ necessario aprire tutti gli archivi di Stato per far sì che pezzi di verità vengano fuori per ricomporre la storia in un quadro finalmente unitario”.