6 agosto, in memoria di Costa, Cassarà e Antiochia

Magistrato-Gaetano-Costa
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“Era l’antisimbolo per cultura, per educazione, per naturale disposizione. Si considerava ed era soltanto un caparbio amministratore della giustizia, un uomo apparentemente comune, disadorno, dalla vita semplice, essenziale nelle parole, nei gesti, nel lavoro e perciò era un magistrato di audace modernità, razionale e puntiglioso, di raro rigore morale e intellettuale”. Così il giornalista Mario Farinella descrive Gaetano Costa, all’indomani dell’assassinio, su L’Ora di Palermo.

Il magistrato siciliano nasce a Caltanissetta il 1 marzo 1916 e si laurea in Giurisprudenza all’Università di Palermo. Nel 1940 vince il concorso in magistratura, ma con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale serve come ufficiale dell’aviazione, meritando due croci di guerra. Dopo la caduta del fascismo nel 1943 si unisce alla Resistenza in Piemonte. A conflitto terminato viene immesso in ruolo come giudice istruttore a Roma, ma nel 1944 chiede e ottiene il trasferimento a Caltanissetta. Nel 1978 viene nominato Procuratore della Repubblica di Palermo. Appena arrivato avvia una serie di indagini sui clan mafiosi, per le quali si avvale della collaborazione del suo amico, il consigliere istruttore Rocco Chinnici, con il quale cerca nuovi modi e strumenti di lotta a Cosa Nostra.

Un nuovo strumento, che hanno in mente Costa e Chinnici, è l’indagine patrimoniale, cioè individuare gli assetti societari e bancari per risalire ai soci occulti delle famiglie mafiose e scoprire i meccanismi di riciclaggio di denaro. Questo approccio innovativo, che poi verrà adottato dal “pool antimafia” di Chinnici, Falcone e Borsellino, porta a firmare e spiccare mandati di cattura nei confronti del boss Rosario Spatola e di altri 54 dei suoi uomini.

Proprio l’intuizione della centralità per la fase investigativa di fare luce su questa complessa rete di interessi, lo differenzia dall’approccio di contrasto alla criminalità organizzata dei colleghi della Procura. Il magistrato nisseno, infatti, ritiene che si debbano cambiare gli strumenti di lotta a una mafia che aveva oramai cambiato pelle da “quando, dopo la riforma agraria, è venuto meno il latifondo, c’è stata la suddivisione dei feudi, la campagna si è impoverita e non rende più; in queste condizioni è evidente che non c’è convenienza. La mafia, quindi, ha abbandonato virtualmente la campagna” per concentrare i suoi interessi sulla macchina amministrativa dello Stato.

Nonostante il rischio evidente che corre firmando questi provvedimenti contro Cosa Nostra, Costa rifiuta la scorta e l’auto blindata, perché non ritiene giusto che la sua protezione possa mettere in pericolo altre vite umane: “Io sono uno di quelli che ha il dovere di avere coraggio” era solito dire.

Un coraggio pagato con la vita. Gaetano Costa viene assassinato il 6 agosto 1980 alle 19:30 con sei colpi di pistola sparatigli alle spalle da due killer, mentre passeggia in via Cavour a Palermo vicino alla sua abitazione. Nessuna inchiesta e processo riescono stabilire mandanti ed esecutori materiali del delitto; la Corte di assise di Catania assolve infatti il presunto esecutore materiale, ma riesce ad accertare che il movente del delitto va individuato nelle indagini intraprese sulla zona grigia tra affari, politica e crimine organizzato.

Il 6 agosto di 5 anni dopo, nel 1985, ancora a Palermo, viene ucciso all’età di 38 anni Antonino “Ninni” Cassarà, vice questore aggiunto della questura di Palermo e vice dirigente della squadra mobile, che sta rientrando nella sua abitazione di via Croce Rossa, 81 a Palermo scortato da due agenti. I sicari di Cosa Nostra aprono il fuoco con fucili mitragliatori sul vice questore appena sceso dalla macchina e sulla scorta. Cassarà e l’agente Roberto Antiochia rimangono a terra privi di vita davanti al portone di ingresso dello stabile.

Ninni Cassarà nasce nel capoluogo siciliano il 7 maggio 1947, è sposato e padre di tre figli. Come stretto collaboratore del “pool antimafia” della Procura di Palermo,  partecipa nel corso degli anni a molte operazione di contrasto alla criminalità organizzata, tra le quali la nota operazione ‘Pizza connection’, e con le sue indagini contribuisce all’istruzione del primo maxiprocesso alla mafia.

L’agente di Polizia, Roberto Antiochia, nasce a Terni e cresce a Roma a Piazza Bologna. Proprio nella piazza romana c’è un murale con un suo ritratto e una frase a lui attribuita: “La vita non è solo carriera, famiglia: è anche un impegno per una società più civile”.

Per questi due omicidi il 17 febbraio 1995, la terza sezione della Corte d’Assise di Palermo condanna all’ergastolo Totò Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco, Bernardo Brusca e Francesco Madonia come mandanti del delitto.

Lo stesso giorno dell’omicidio i tre eroi e martiri della lotta alla mafia vengono insigniti della Medaglia d’oro al valor civile rispettivamente con queste motivazioni:

“Alto Magistrato, esercitava la propria missione con profondo impegno ed appassionata dedizione, distinguendosi per la particolare fermezza ed il rigore morale, pur consapevole dei rischi personali connessi alla sua funzione di Pubblico Ministero. Sempre ispirato al principio dell’indipendenza della funzione giudiziaria, tenacemente dedicava ogni sua energia a respingere la sfida lanciata dalla criminalità organizzata contro lo Stato Democratico. Vittima di un vile attentato tesogli con efferata ferocia da appartenenti ad organizzazione criminale, sacrificava la vita al servizio della giustizia e delle Istituzioni”.

“Con la piena consapevolezza dei pericoli cui si esponeva, nella lotta contro la feroce organizzazione mafiosa, ispirava, conduceva e sviluppava in prima persona e con eccezionale capacità investigativa una serie di delicate operazioni di polizia giudiziaria che portavano all’identificazione e all’arresto di numerosi fuorilegge. In un proditorio agguato teso davanti alla propria abitazione, veniva colpito da assassini armati di fucili mitragliatori, trovando tragica morte. Alto esempio di attaccamento al dovere spinto fino all’estremo sacrificio della vita”.

“Agente della Polizia di Stato, in servizio a Roma, mentre era in ferie, spontaneamente partecipava in Palermo alle delicate e difficili indagini sull’omicidio di un funzionario di polizia, con il quale aveva in passato collaborato, consapevole del pericolo cui si esponeva nella lotta contro la feroce organizzazione mafiosa. Nel corso di un servizio di scorta, rimaneva vittima di proditorio agguato ad opera di spietati assassini. Esempio di attaccamento al dovere spinto all’estremo sacrificio della vita”.