Lecce, donne in carcere, tra solitudine e solidarietà

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“Dietro le sbarre ciascuna sa di poter contare principalmente sulle compagne di cella… perché se per ogni uomo detenuto c’é quasi sempre una compagna, una figlia, una madre a portare cibo e vestiti, per quasi ogni donna in carcere é il senso di colpa ad entrare molto più spesso dei pacchi con gli effetti personali”. Bastano poche righe per tracciare il solco che divide il mondo maschile da quello femminile, anche qui dentro. Così Raffaella Calandra per il Sole 24ore ha visitato il carcere di Lecce, proseguendo con questa tappa il suo lungo reportage negli istituti penitenziari italiani, anche quelli minorili.

Un istituto che forse fa la differenza rispetto al mondo carcerario: “Qua – dice una delle educatrici – hanno un’agenda fitta di impegni”. Tre detenute frequentano corsi universitari, mentre altre 15 corsi scolastici in collaborazione con l’Istituto tecnico. Ma ci sono anche “corsi per aspiranti estetiste e parrucchiere”, laboratori di panetteria o per la coltivazione ortofrutticola. Importante e conosciuto il marchio “Made in carcere” che con Luciana Delle donne e l’entusiasmo delle detenute ha oramai nell’istituto una “affermata sartoria che realizza borse, toghe, gadget – anche col riciclo di tessuti destinati al macero”. Anche se tutto questo non basta a tenere in piedi i rapporti familiari, specialmente quello con i figli, quando “sono mandate in carceri lontane dal proprio territorio”.

“Le donne detenute rappresentano circa il 4% della popolazione penitenziaria. Una minoranza, seppure aumentata negli anni, che vive in strutture pensate per gli uomini” e “solo un quarto si trova nei tre penitenziari esclusivamente femminili”.

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