Femminicidio reato autonomo, una ‘spinta’ al cambiamento
11 Marzo 2025
Dal Consiglio dei ministri, venerdì 7 marzo, è uscito un disegno di legge che introduce il femminicidio come reato autonomo. Un segno di attenzione, ma ancora più l’auspicio, la spinta verso un cambio culturale. E a chi, come Alessandro Sallusti che lo ha intervistato per il Giornale lo stesso giorno, gli oppone “ma l’omicidio è già punito”, Nordio risponde: “Il femminicidio sta all’omicidio, come il genocidio sta alla strage, nel senso che il genocidio non colpisce a caso, vuole colpire una specie, una etnia, una categoria di esseri umani. Lo stesso vale per il femminicidio che colpisce una donna in quanto tale”.
Altre voci in questi giorni si sono aggiunte sul punto. Eugenia Roccella, titolare del ministero per la Famiglia e le Pari opportunità, é una delle autorità proponenti il disegno di legge, assieme – oltre al Guardasigilli – al ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, alla ministra per le Riforme istituzionali e la semplificazione normativa, Maria Elisabetta Alberti Casellati. Intervistata da Claudia Marin per QN (v. allegato), ha precisato che “il disegno di legge non segna una differenza morale tra l’uccisione di un uomo e quello di una donna, men che meno stabilisce una classifica fra il valore delle vite umane” ma, prosegue, “il cambiamento culturale che l’introduzione del reato di femminicidio può sollecitare é davvero pari a un salto quantico, e può imprimere una nuova direzione a tutta l’attività preventiva e repressiva della violenza contro le donne”. Questo anche perché, precisa ancora Roccella “la violenza contro le donne è figlia di un sistema di pensiero; é una violenza che ha forme proprie, modalità insidiose perché spesso si annida in rapporti privati di cui si fa fatica a vedere la disfunzionalità”.
Impegnata con passione nella battaglia a difesa delle donne, è una delle ideologhe del ‘Codice rosso’, divenuto legge nel luglio 2019. Giulia Bongiorno, avvocata, senatrice e presidente della Commissione giustizia, raggiunta da Hoara Borselli per il Giornale (v. allegato), non nasconde che qualche problema può esserci stato nell’applicazione della legge in questione, specialmente quando “non viene rispettato il termine entro cui deve essere sentita la donna denunciante”. Ed é stato questo il motivo che l’ha spinta a prevedere, con un nuovo testo di legge, la possibilità che il procuratore capo intervenga per neutralizzare eventuali ritardi. Nel disegno di legge appena licenziato dal Consiglio dei ministri crede fortemente, ma se le si chiede “basteranno le leggi a fermare la violenza?” sa che “da sole le leggi non bastano a generare quel necessario cambiamento nella mentalità della gente”, perché devono cambiare stereotipi e pregiudizi, mutare il modo di concepire la relazione fra uomo e donna, ma che – conclude Bongiorno – “semmai possono e devono accompagnare”.
“L’introduzione del reato di femminicidio nel codice penale segna un mutamento di svolta nel riconoscimento giuridico della violenza di genere, ma senza gli strumenti per un’applicazione efficace e finanziata, i diritti restano parole vuote”. A parlare è l’avvocata Teresa Manente, intervistata per la Repubblica da Maria Novella De Luca (v. allegato). “Tanta la strada fatta” commenta l’avvocata alla luce anche della sua grande esperienza sul tema anche come responsabile dell’ufficio legale dell’associazione Differenza donna. “Se penso che nel 2009 non potevano essere puniti gli atti di persecuzione degli ex partner, é davvero tanta la strada fatta sin qui”. E coglie nel segno: “Per la prima volta si propongono fattispecie incriminatrice e aggravanti che pongono al centro la libertà delle donne come bene giuridico fondamentale” sottolinea Manente. Ma è chiaro che se il guscio della legge non verrà riempito di adeguate risorse avrà un impatto limitato: “Chiediamo che l’introduzione del reato sia accompagnata da un finanziamento concreto per finanziare la formazione obbligatoria di magistrati, Forze dell’ordine e operatori della rete antiviolenza”.
Solo il cambiamento culturale e l’attenzione di tutta la società faranno la differenza. Quando non esisteranno più giustificazioni come “é stato per troppo amore”, “in preda a un raptus”, ma solo il rispetto della donna, delle sue libere scelte, della sua vita.