Filosofia di un detenuto: “Non c’é il tasto rewind, ma una pagina nuova può essere scritta”
21 Marzo 2025
Una inedita Festa del papà il 19 marzo a San Vittore. Massimo Cirri, conduttore della storica trasmissione radiofonica ‘Caterpillar’, dall’aula bunker del carcere, e Sara Zambotti, dai microfoni dello studio di Rai Radio2 di via Sempione, hanno dato vita alla puntata per l’occasione intitolata ‘Un po’ dentro e un po’ fuori. Un po’ padri e un po’ figli’. Chiamati a raccontare le mille difficoltà del rapporto tra padri e figli, già di per sé complesso e faticoso, i detenuti, con il loro bagaglio di assenze ed errori, cadute e ripartenze.
Non solo loro, però, perché in studio Zambotti ha ospitato un rappresentante degli agenti di Polizia penitenziaria, Luciano Esposito, il magistrato, Francesco Cajani, pubblico ministero a Milano, lo psicoterapeuta Angelo Juri Aparo, fondatore del Gruppo Trasgressione attivo in tutte le carceri milanesi, Giuseppe Galli, figlio del giudice Guido Galli, ucciso il 19 marzo 1980, e Luigi Ferraiuolo, giornalista, che ha ricordato don Peppe Diana, ucciso il 19 marzo 1994. A fare gli onori di casa per l’amministrazione della giustizia, Maria Milano, provveditrice regionale dell’Amministrazione penitenziaria per la Lombardia.
“Un tema trasversale e importantissimo – ha commentato la provveditrice – perché gli effetti della pena non devono ricadere sui figli. E su questo – ha proseguito – l’amministrazione penitenziaria ha sempre agevolato percorsi di paternità, perché il tempo della detenzione non sia un tempo inutile, ma di riflessione e approfondimento e forse, delle volte, buono per riallacciare rapporti che si erano recisi con l’entrata in carcere”.
Cirri, che lavora anche come psicologo nel servizio pubblico di salute mentale, a tutti gli intervenuti ha chiesto il nome del papà, un racconto del percorso che stanno intraprendendo, un ricordo del loro esser figli o della loro paternità.
Il Pm Cajani, figlio di Franco, racconta di un progetto “rivolto ai giovani adulti del carcere di San Vittore, nato tre anni fa grazie al precedente direttore dell’istituto, Giacinto Siciliano.Dieci settimane, un giovedì a settimana, dentro al reparto” assieme ad Aparo, fondatore del Gruppo Trasgressione, convocando anche gli scout e i giovani di Libera. Cajani dice di essersi accorto che “a ogni seduta i ragazzi arrivano con meno psicofarmaci della volta precedente e iniziano a scavare alla ricerca delle loro radici”, dei talenti che – come dice Aparo – avevano sotterrato.

Ma non solo di giovani adulti si parla, perché a San Vittore ci sono tanti padri e qualcuno durante questa serata si è raccontato. Antonio Tango, figlio di Michele, parlando dell’ultima carcerazione – “perché ne ho fatte tante altre” – racconta di suo figlio di 16 mesi e del senso di colpa che in quel momento lo stava distruggendo. Poi però Antonio incontra “la sua fortuna”, lo psicoterapeuta Aparo e il suo Gruppo, e il faticoso cammino di comprensione del dentro e del fuori inizia. Oggi suo figlio ha 18 anni e il loro rapporto (“non mi sembra neanche vero”) è perfetto: “mi vede come un’autorità credibile e lui, che aveva tutte le premesse per seguire la mia strada, è al quarto anno di liceo artistico, gioca a pallone, è un cittadino a tutti gli effetti”.
Fanno da contrappunto ai racconti di dentro quelli che arrivano dallo studio Rai di via Sempione. Andrea Spinelli, il disegnatore di questa serata, ha raccontato di aver rubato dall’arte del padre, Bruno, pasticcere, quello che poi gli sarebbe servito nella sua professione. Luciano Esposito, agente di Polizia penitenziaria, figlio di Vincenzo, che ha abbracciato il suo lavoro per vocazione: “mio cognato, agente, me ne parlava, io a mia volta entrato in Polizia penitenziaria ne ho parlato a mio figlio che è diventato un collega”. Ma soprattutto parla dell’umanità che si respira in carcere, “un posto pieno di emozioni, dove si vede l’essere umano in tutto le sue facce” e nota con dolore come negli ultimi anni sia aumentato il numero di giovani rispetto a prima. “Quando io sono arrivato, a 18 anni, sembravo il più piccolo dell’istituto, adesso mi rendo conto che c’è troppa presenza di giovani detenuti e questa è una tristezza, perché i giovani sono il nostro futuro”.
Ci sono anche tre giovani fra le persone che affollano l’aula bunker, che sono figli e con i loro padri, quando ci sono, hanno dovuto imparare a costruire un rapporto. Dallo studio interviene Giuseppe Galli, figlio del giudice Guido che il 19 marzo 1980 fu assassinato a Milano alla Statale, dove stava per tenere lezione come docente di criminologia, e che “quando viaggiava trovava sempre il tempo – ricorda Giuseppe – per mandare una cartolina ‘un bacino, papà'”.
Ognuno ha portato il proprio fardello di dolore e spaesamento, ma sono arrivate anche storie di ripartenze, faticose sì, tutte in salita, ma ora che il sentiero si é fatto meno impervio, un ex detenuto analizzando la sua storia ha detto: “Non c’é purtroppo il tasto rewind, che torna indietro e puoi rivedere il film oppure cambiare la scena, quel che é fatto é fatto, però non é detto che non si possa scrivere una pagina nuova”.
Tanto da dire, ancor più da immaginare. Si percepisce un vento nuovo, fatto di ascolto e propositi; di chi ha voglia di esporsi, di capire fino in fondo gli errori commessi; di chi è disposto ad accettare la fatica pur di ricostruire rapporti con i propri familiari. Come il detenuto che ricordando la vergogna che la figlia ha sempre provato per lui, che però anche detto “può essere superata con la fiducia che si costruisce nell tempo e con le azioni positive”.
Speciale dal carcere di San Vittore nel giorno dedicato ai papà