Carcere, quando il volontariato è una vocazione. Incontri con i protagonisti
31 Maggio 2025
Ogni sabato incontriamo persone rilevanti del terzo settore, donne e uomini che hanno creato lavoro e formazione per i detenuti, promosso la cultura come esercizio di libertà, sfidato ostacoli burocratici, combattuto pregiudizi e stereotipi. Tra passato e presente, attraverso queste figure, è possibile riscrivere la storia del mondo penitenziario dalla Riforma Gozzini a oggi.
Daniela Ursino – Il carcere da periferia assoluta a incredibile fucina di esperienze
Una donna bruna e sorridente si affaccia da dietro un’enorme giara di cartapesta collocata al centro del palcoscenico del Piccolo Shakespeare, il teatro della casa circondariale di Messina. E’ il 2019 e Daniela Ursino è alle prove di una riduzione dell’opera pirandelliana in cui recitano detenuti-attori. La foto, una delle prime a raccontare alla stampa la storia di Daniela e delle sue tante “imprese”, la dice lunga sull’idea “immersiva” di teatro in carcere di questa messinese dalla doppia vocazione professionale, di operatrice sociale e interior designer. Da quando, nel 2017, ha iniziato a collaborare con l’istituto di Gazzi, Daniela Ursino non ha più lasciato il palcoscenico ‘ristretto’ che però è riuscita ad aprire alla città con la creazione del teatro Piccolo Shakespeare.
Laurea in lettere e borsa di studio all’Accademia d’Arte drammatica Silvio D’Amico di Roma, 51 anni, Ursino è presidente e direttore artistico D’aRteventi, associazione operante nel settore culturale e artistico locale e nazionale con un’attenzione specifica alla valorizzazione delle tradizioni e delle sue risorse, con una particolare attenzione a giovani e sociale. All’impegno in carcere è giunta dopo un’esperienza come assessore alla cultura della sua città iniziata e conclusasi nel 2017 con le sue dimissioni.

Lei proviene da esperienze soprattutto nel mondo della cultura e dell’arte. Cosa l’ha spinta a scegliere di fare teatro con i detenuti?
Nella mia città, Messina, avevo appena realizzato una bellissimo progetto che mi aveva consentito di lavorare con tantissime realtà, molte delle quali erano istituti scolastici di periferia, dove avevo notato nei ragazzini una grande curiosità, un forte desiderio di crescita culturale. Da qui ho maturato l’idea di creare qualcosa di analogo nella periferia più assoluta della città, il carcere. Perché ritenevo davvero che potesse essere una fucina incredibile di esperienze. Il primo artista che ho coinvolto è stato il mio amico e grande attore Tindaro Granata che ha portato proprio all’interno dell’istituto penitenziario di Messina il suo monologo “Antropolaroid”. Da lì è iniziato tutto. Era il 2017. Da allora, con l’attore e regista Flavio Albanese, siamo partiti con dei laboratori propedeutici per impostare un’attività che fosse totalmente a misura del luogo che ci ospitava e delle sue regole. Così è nato “ Il Teatro per Sognare” che ho creato con l’Associazione D’aRteventi, che presiedo. Il progetto ha dato vita all’interno dell’istituto penitenziario di Messina, al restyling della sala teatrale “Piccolo Shakespeare” che ha l’onore di avere sulle pareti del foyer le locandine e i manifesti dei due teatri che hanno portato il nome dell’Italia nel mondo, il Piccolo di Milano e La Scala di Milano. E’ poi seguita la “Libera Compagnia del Teatro per Sognare” dei detenuti-attori che opera oltre che nelle sezioni maschile e femminile di media e alta sicurezza.
Cosa ha provato quando i cancelli si sono chiusi per la prima volta dietro i lei?
Un’immensa curiosità, sono stati spunti continui di riflessione. Desideravo ascoltare chi mi veniva incontro, il confronto con chi abitava quel luogo diventava una storia a cui dedicare tanto tempo, diventava una storia di umanità.
Ho presto cambiato idea rispetto al progetto di partenza che avevo immaginato come rivolto solo ai detenuti. Abbiamo coinvolto tutto l’Istituto, il direttore, la polizia penitenziaria che ci accompagna durante le attività, gli educatori e il tribunale di sorveglianza da cui dipendono tutte le autorizzazioni che ci consentono di organizzare le varie azioni. E’ così diventato un progetto di comunità

Si chiama “Teatro per sognare”, ma esiste la dura realtà che, in genere, ha a che fare con le risorse necessarie per realizzare il sogno. Chi vi ha aiutato concretamente nel portare a termine i vostri tanti progetti?
Tutto è nato grazie al sostegno e alla guida della Caritas diocesana di Messina. Fondamentale per la sua realizzazione è stato l’Arcivescovo Mons. Accolla, uomo deciso ad accogliere di sostenere e coltivare, nel tempo, un cammino rieducativo di riscatto per i nostri ragazzi, attraverso lo strumento dell’arte ma, cosa essenziale e importantissima, un cammino continuativo. Il grosso problema di molti progetti, soprattutto in questi luoghi, è quello di durare poco tempo e, purtroppo, il poco tempo è nemico di ogni processo evolutivo e di crescita culturale perché si possano riscontrare dei risultati concreti di cambiamento. Il teatro è in grado di attivare dei processi di trasformazione, ma non parliamo di miracoli. Parliamo di processi, e un processo richiede dei tempi lunghi per la sua attuazione, per radicarsi e per iniziare a dare i suoi primi frutti.
Il progetto è stato accolto dai direttori di Caritas, padre Giuseppe Brancato prima e dal 2018 a oggi padre Nino Basile, che segue la nostra attività.
Ma tutto questo non sarebbe stato possibile senza la collaborazione della direzione dell’istituto, l’attenzione di provveditorato regionale e del dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria.
In molti, tra i non addetti ai lavori, si chiedono com’è il rapporto di una donna con i detenuti e una comunità soprattutto maschile. Timori, imbarazzi, pudori?

I detenuti sono i primi che, capendo l’interlocutore che hanno davanti, se si fidano mettono a proprio agio chi viene dall’esterno per loro. Siamo cresciuti con piccoli e grandi passi insieme, ora siamo una famiglia allargata; attraverso il teatro abbiamo imparato a superare ogni barriera, parliamo di ciò che accade nel vivere quotidiano e cerchiamo di affrontare insieme i problemi che si presentano. Questo è naturale poiché la vita di ogni giorno entra nelle pagine della storia che scriviamo insieme.
Quali le esperienze più significative: successi artistici ma anche e soprattutto successi sul piano del cambiamento delle persone detenute che hanno seguito i vostri progetti?
Nei nostri ricordi abbiamo tante esperienze bellissime e sintetizzarle non è facile, perché per noi sono tutti piccoli grandi traguardi raggiunti con consapevolezza e grande impegno. Nel 2019, lo spettacolo “E allora sono tornata”, con Tindaro Granata, che è sempre stato a fianco del progetto e ha seguito le donne di alta sicurezza, per una performance dedicata alla grande Mina, alla quale abbiamo fatto pervenire tramite Massimiliano Pani, figlio e produttore, il nostro progetto. Poi il lockdown non ci ha fermato e abbiamo proseguito con i laboratori da remoto per non lasciare soli i nostri ragazzi. Ricordo volentieri anche un video per promuovere la vaccinazione, tutto realizzato da remoto. Il 2022 poi è stato un anno importante perché abbiamo fatto il primo spettacolo della Compagnia fuori dal carcere, al Teatro greco di Tindari: un’emozione immensa per tutti. I ragazzi ricordano ancora il forte senso di responsabilità per la fiducia datagli. E la luce, i colori, il mare, il cielo, il vento sulla pelle e le cicale, che sono state la colonna sonora che ci ha accompagnato fino al momento dello spettacolo. Abbiamo rappresentato “Liolà”, inserito nel Tindari Festival con la direzione artistica di Tindaro Granata e la regia del poliedrico artista e anche amico, Mario Incudine.
Nell’edizione del 2023 abbiamo messo in scena la magia di “Contrada Luna” e nel 2024 “Icaro” sempre con la regia di Incudine , rappresentato anche al teatro Massimo di Siracusa in un evento speciale per il G7 alla presenza del ministro Francesco Lollobrigida. I nostri spettacoli sono sempre dei tableau vivant con non meno di 40 persone in scena. Adesso siamo pronti per Tindari 2025,con lo spettacolo “Ecuba” con la regia di Sergio Maifredi. In scena, oltre ai nostri ragazzi, sempre Incudine, le studentesse di ‘Liberi di Essere Liberi’ e alcune cittadine di Patti.

A otto anni dall’inizio della sua collaborazione con il carcere, quali sono le criticità più ricorrenti nello svolgimento dell’attività teatrale?
Abbiamo sempre lavorato e lavoriamo, come detto all’inizio, nel rispetto delle regole di un luogo molto delicato e particolare, ma purtroppo, spesso ci sono dei meccanismi che sono nemici del processo di crescita che noi portiamo avanti. Purtroppo la carenza di personale del carcere spesso blocca questo processo, perché non sempre c’è il personale che ci accompagna.
Il teatro, così come le attività trattamentali in genere, la scuola e il lavoro, dovrebbero essere incentivate al massimo e dovrebbe essere data maggiore possibilità di attuazione. Il teatro è invece spesso considerato come un’attività premiale, mentre dovrebbe essere rivolto soprattutto alle persone più fragili, con più problemi di adattamento, per avere un supporto evitando di ricorrere a soluzioni estreme, come molte volte accade, quando non si hanno assolutamente strumenti per accettare la restrizione della libertà.
Cosa succede quando i detenuti che hanno seguito i vostri laboratori tornano in libertà? Avverte mai la responsabilità per il loro futuro, il timore di aver contribuito a credere in una promessa che la società non riesce a mantenere?
Come dicevo, in città presso la parrocchia di Padre Nino Basile, nel quartiere di Camaro S. Paolo, proseguiamo con un percorso esterno, e qui anche grazie all’Arcivescovo Mons. Accolla, abbiamo quasi ultimato la ristrutturazione di una sala teatrale. Con la Caritas stiamo anche avviando dei percorsi di reinserimento lavorativo con dei tirocini propedeutici a un futuro lavorativo. Questo è per me motivo di grande gioia e allo tempo stesso, mi fa sentire sempre più coinvolta e desiderosa di trovare soluzioni per un avvenire nuovo per i ragazzi. Un avvenire di serenità é la cosa più ricorrente tra le loro richieste: ci sono affermazioni che mi riempiono di un senso di responsabilità nei loro confronti. Purtroppo però la società non è pronta ad accogliere, ancora è troppo alto il muro del pregiudizio. Per questo è importante creare sempre nuove occasioni per raccontare cosa realizziamo. Chiunque, dopo avere ascoltato il racconto del nostro percorso e visto un nostro spettacolo, inizia a guardare con occhi profondamente diversi le persone che vivono l’esperienza del carcere. Per questo, quando è possibile, cerco di coinvolgere i giovani, le scuole e l’università. Così è nato “Liberi di Essere Liberi” con gli studenti dell’Università di Messina, in particolare con i dipartimenti di Giurisprudenza e Scienze politiche, e sono spesso con noi artisti giovanissimi, come cori, danzatori, cantanti.
Scritto da alcuni detenuti che frequentano i laboratori teatrali delle case circondariali di Messina e di Barcellona Pozzo di Gotto, il reading, che alternerà musica e parole, vuole essere un momento di riflessione sul tema della rieducazione dei detenuti che può, attraverso lo strumento dell’arte teatrale, andar
E quale sarà la prossima occasione per mostrare quello che realizzate?
Con alcuni elementi della ‘Libera Compagnia del Teatro per Sognare’ il 20 giugno saremo al Taobuk, Taormina International Book Festival con il reading “Oltre i confini”, che dovrebbe precedere una intervista al ministro Nordio. E oltre i confini di spazio, mente e pregiudizio, per condurre a una nuova vita dentro i confini di legalità e giustizia.
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