Quasi 25 anni per un processo: Corte Strasburgo condanna Italia
8 Marzo 2019
Quasi 25 anni per un processo amministrativo relativo a una vicenda di lavoro: per questo la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per violazione dell’articolo 6 della Convenzione che stabilisce che l’imputato ha diritto a un processo entro un termine ragionevole. I fatti contestati risalgono a più di 30 anni fa: nel novembre del 1986 alcuni cittadini italiani si rivolsero al Tribunale amministrativo regionale (TAR) del Lazio per lamentare la modifica del loro livello amministrativo e le relative conseguenze sulla retribuzione. Nel febbraio 2011 la decisione del Tar che respingeva la richiesta di annullamento della deliberazione della Giunta regionale laziale. Dopo qualche mese viene tentata la strada del ricorso dinanzi alla corte d’Appello di Perugia per violazione della “legge Pinto” per contestare l’eccessiva durata del procedimento giudiziario. I giudici umbri, però, dichiarano inammissibili i ricorsi perché nel processo non era stata presentata la necessaria istanza di prelievo. Stessa motivazione con cui, nel 2014, anche la Corte di Cassazione respinge le richieste dei ricorrenti.
Adesso la pronuncia dei giudici di Strasburgo, ribaltando i verdetti sin qui emessi, riconosce le ragioni dei 53 cittadini italiani coinvolti nella vicenda. La Corte, ricostruendo il merito della controversia, ha accertato, infatti, che i ricorrenti avevano anche sollecitato il Tar allo svolgimento del processo presentando due domande di fissazione dell’udienza, senza però sortire l’effetto sperato di velocizzare l’iter.
La Corte di Strasburgo, pur ammettendo la violazione del diritto a un processo in tempi ragionevoli, non ha accordato alcuna somma come risarcimento ai ricorrenti perché questi ultimi non hanno presentato domanda di equa soddisfazione per danno morale né formulato una richiesta per le spese.