Carcere, quando padri e figli
s’incontrano in un ‘Altrove’

Carcere di Santa Maria Capua Vetere (Fonte: Caserta Notizie)
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Una sala colloqui, che si è riempita di colori, giochi, musica e risate. Le ultime le portano i bambini che là dentro arrivano per incontrare i papà detenuti nella casa circondariale di Santa Maria Capua Vetere. E ancora, pareti con Lego da costruire, lavagne su cui disegnare, scaffali per album colorati e fiabe, una tv per guardare i film tutti assieme, musica e persino fornetti per preparare biscotti. Insomma qualcosa che si avvicina molto a una dimensione domestica che consente di ricucire i rapporti tra genitori e figli e mitigare il trauma che le famiglie, ma soprattutto i più piccoli, vivono quando devono affrontare il carcere.

Questo è il cuore di Altrove – Non è la mia pena’, il progetto avviato nell’istituto campano, grazie all’associazione di volontariato ‘Officine Periferiche’ e con il sostegno dell’impresa sociale ‘Con i bambini’ e vari partner attivi sul territorio.

Ma non di sola ricreazione sono fatti questi incontri, perché il tempo viene dedicato anche all’apprendimento: i bimbi (ri)scoprono il piacere di fare i compiti con i propri genitori, mentre pannelli montessoriani, realizzati da ex allievi dell’Accademia di Belle Arti, propongono strumenti musicali da suonare assieme o materiali sensoriali da toccare e conoscere con le mani.

L’organizzazione degli incontri prevede che coloro che aderiscono al progetto abbiano diritto non più a un’ora sola di colloquio ma possano trascorrere tre ore nella sala con la propria famiglia, dove anche la condivisione dello spazio è curata: cinque i nuclei familiari che possono occupare in concomitanza la sala e che si riferiscono a detenuti provenienti tutti dalla stessa sezione, garantendo così la conoscenza fra le persone.

Il progetto ‘Altrove’, che durerà 3 anni, non si esaurisce tra le mura del carcere, perché raggiunge anche chi è uscito dal circuito penitenziario o persone in misura alternativa alla detenzione o in messa alla prova. E non riguarda solo i detenuti e i propri bambini, perché si rivolge anche al personale di Polizia Penitenziaria che potrà riflettere sul proprio ruolo e quanto questo possa incidere sulla vita dei genitori detenuti, sviluppando competenze specifiche per accogliere i bambini in carcere e tutelare la genitorialità.

E infine, percorsi di psicoterapia familiare, che prende in carico l’intero nucleo familiare, analizzando l’esperienza traumatica del carcere, e in taluni casi, non infrequenti, aiutando i padri a raccontare la verità. Ci sono infatti bambini che non sono mai andati a far visita ai propri padri in carcere perché non erano neanche a conoscenza della verità sulla sorte dei loro genitori.