19 luglio 1992-19 luglio 2025
33 anni dalla strage di via D’Amelio
19 Luglio 2025
“Caro Paolo, la lotta che hai sostenuto dovrà diventare e diventerà la lotta di ciascuno di noi”. Queste le parole che il giudice Antonino Caponnetto pronuncia il 24 luglio 1992 al funerale di Paolo Borsellino, cui partecipa una folla di circa 10.000 persone. Parole che fanno intendere l’enorme lascito morale di un martire della lotta a Cosa Nostra.
Il procuratore palermitano viene assassinato alle 16.58 del 19 luglio del 1992 da quella mafia siciliana che, in una tragica continuità di violenza, ha già ucciso solo qualche settimana prima Giovanni Falcone. L’obiettivo dell’associazione criminale è bloccare ogni tentativo della magistratura siciliana di fare luce sulla struttura organizzativa e su quelle connivenze che ne rendevano così difficile un contrasto efficace.
Quel tragico pomeriggio estivo Paolo Borsellino é sotto la casa della madre, quando un’auto carica di tritolo parcheggiata in via D’Amelio a Palermo viene fatta esplodere, causando la morte del magistrato e dei cinque agenti della sua scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.
Palermitano doc, Paolo Borsellino nasce a Palermo il 19 gennaio 1940 nel quartiere popolare della Kalsa, dove conosce un altro bambino di nome Giovanni Falcone, più grande di lui di otto mesi. Si laurea il 27 giugno 1962 all’età di ventidue anni in Giurisprudenza con 110 e lode con una tesi su “Il fine dell’azione delittuosa” presso l’Università del capoluogo siciliano.
Nel 1963 partecipa al concorso per la carriera nella magistratura, diventando il più giovane magistrato italiano. Ricopre l’incarico di Pretore di Mazara del Vallo nel 1967 e poi di Monreale, dove si distingue per la riuscita disarticolazione del clan mafioso locale con una serie di arresti.
L’inizio del metodo stragista della mafia induce le autorità a mettere a disposizione di Paolo Borsellino e della sua famiglia un servizio di scorta. Nel 1975,il ritorno nella sua Palermo, dove opera presso l’Ufficio istruzione del Tribunale. In questo ufficio conosce il giudice Rocco Chinnici, con il quale instaura un profondo rapporto umano, ma anche professionale, che permette di sperimentare un metodo specifico di indagini nella lotta alla criminalità organizzata. Nel 1983, proprio Chinnici viene assassinato da Cosa Nostra. Al suo posto viene nominato Antonino Caponnetto che, comprendendo le potenzialità di un metodo ‘sperimentale’, basato su indagini congiunte e scambio di informazioni tra magistrati, crea il cosiddetto “pool antimafia”. I membri, oltre a Caponnetto e Borsellino, sono anche Giovanni Falcone, Giuseppe Di Lello e poi Leonardo Guarnotta.
Il nuovo metodo di indagini si basa anche sull’attacco alle basi finanziarie della mafia attraverso gli accertamenti bancari e patrimoniali. Il pool ordina, quindi, numerose misure di custodia per presunti affiliati di Cosa Nostra, ottenendo con l’inizio del fenomeno del “pentitismo” le prime dichiarazioni di collaboratori di giustizia come Tommaso Buscetta e Salvatore Contorno, le cui informazioni saranno successivamente fondamentali per l’istruzione del maxi processo.
Nel dicembre 1986 Paolo Borsellino chiede e ottiene la nomina a Procuratore della Repubblica di Marsala, da dove nella sua visione è in grado di continuare il suo lavoro in una sede “decentrata”. Questa nomina è l’innesco per la famosa polemica sui “professionisti dell’Antimafia”, sollevata dallo scrittore siciliano Leonardo Sciascia con il quale poi circa un anno dopo ci sarà una riconciliazione. Qualche anno più tardi nel 1992 con Falcone trasferito a Roma al ministero della Giustizia, Borsellino chiede il trasferimento alla Procura di Palermo e nel marzo dello stesso anno diventa così procuratore aggiunto per coordinare le attività distrettuali antimafia.
La scomparsa del collega e amico Giovanni Falcone nella strage di Capaci del 23 maggio 1992 lo colpisce profondamente, ma non lo fa desistere dal proseguire il suo impegno a combattere strenuamente Cosa Nostra, come conferma 20 giorni prima di essere ucciso nella sua ultima intervista a Lamberto Sposini per il TG5.
“Io ho sempre accettato più che il rischio, la condizione, quali sono le conseguenze del lavoro che faccio, del luogo dove lo faccio e, vorrei dire, anche di come lo faccio. Lo accetto perché ho scelto, a un certo punto della mia vita, di farlo e potrei dire che sapevo fin dall’inizio che dovevo correre questi pericoli.
La sensazione di essere un sopravvissuto e di trovarmi in estremo pericolo, è una sensazione che non si disgiunge dal fatto che io credo ancora profondamente nel lavoro che faccio, so che è necessario che lo faccia, so che è necessario che lo facciano tanti altri assieme a me. E so anche che tutti noi abbiamo il dovere morale di continuarlo a fare senza lasciarci condizionare dalla sensazione che, o financo, vorrei dire, dalla certezza, che tutto questo può costarci caro”.
Oggi alcuni parlamentari hanno reso omaggio alla figura di Paolo Borsellino recandosi dove è esposta la borsa del magistrato siciliano in Transatlantico alla Camera dei deputati. I parlamentari hanno poi osservato un minuto di silenzio per ricordarne il sacrificio. Fra i presenti anche il ministro della Giustizia Carlo Nordio, già impegnato nel corso della mattinata all’evento “Parlate di mafia”, dove ha ricordato la figura del Borsellino magistrato modello di “organizzazione, produzione normativa, e anche di coraggio individuale”.