Gervasia, la ‘suora postina’: un epistolario lungo 30 anni
4 Settembre 2025
Preghiere, riflessioni su Dio, sulla giustizia e sulla colpa. Ma anche poesie, disegni, speranze. Questo il contenuto delle lettere che per anni suor Gervasia Asioli ha ricevuto dai detenuti di Rebibbia e non solo. Sopranominata da tutti “la suora postina”, è la protagonista del libro “Una suora all’inferno. Lettere dal carcere a Suor Gervasia” curato da Gabriele Moroni ed Emanuele Roncalli, con prefazione di Simonetta Matone (ed. Marietti 1820) che quel mondo ha conosciuto come magistrato. A quindici anni dalla sua morte, le sue parole ci invitano ancora a guardare oltre le sbarre.
L’epistolario abbraccia un tempo che va dagli anni ’70 ai primi anni del 2000, anni complessi, importanti, come lo sono stati alcuni di coloro che alla suora hanno scritto, Mambro, Fioravanti, Cavallini. Ma sono stati tanti volti sconosciuti alle prime pagine dei giornali che hanno cercato conforto nell’invio di un pensiero, una riflessione, magari un disegno o una poesia, alla ‘mamma dei detenuti’ come in molti la chiamavano. E lei ha prestato ascolto senza mai giudicare, senza chiedere quale colpa avessero commesso.
Suor Gervasia, dell’ordine delle Orsoline, inizia a insegnare in scuole d’élite ma evidentemente non è quella la sua vocazione. Lascerà la cattedra per dedicarsi agli emarginati, ai tossicodipendenti, ai detenuti dai quali andrà ogni sabato con il suo carico di sigarette, parole e attenzione. Agli uomini e alle donne ha offerto parole e abbracci. Il suo sguardo si è sempre posato sulle persone e non sulla colpa che li aveva portati in carcere. La conferma arriva anche da Simonetta Matone che nella sua prefazione ricorda: “Fu lei a farmi conoscere storie estreme e drammatiche che mi hanno accompagnata tutta la vita. Era una suora rivoluzionaria, politicamente scorretta. Una cristiana militante”. Suor Gervasia ha vissuto fino in fondo le parole evangeliche: “Ero carcerato e mi avete visitato”.