37° anniversario omicidio magistrato
Alberto Giacomelli

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Quel secondo mercoledì di settembre Alberto Giacomelli si alza presto e, di buon mattino, esce con la sua macchina per dirigersi verso la strada provinciale che conduce a Trapani. Non sta andando a lavorare, perché dal 1° maggio 1987 è un magistrato in pensione.

Nato a Trapani il 28 settembre 1919, figlio di un giudice, Giacomelli segue le orme del padre e la sua carriera in magistratura inizia nel 1946 alla procura di Trapani. Poi è nominato pretore di Calatafimi. Dal 1971 diviene giudice presso il tribunale di Trapani, del quale dal 1978  è nominato presidente di sezione. Sposato con Antonietta e padre di Fausta e Giuseppe vive, immerso in vigneti e uliveti, che costeggiano il mare, in contrada Locogrande tra Trapani e Marsala. Lì Alberto Giacomelli aveva costruito il suo rifugio: un’oasi di campagna immersa nel verde, dove godersi la pensione.

E proprio in quella campagna, alle 8 del mattino del 14 settembre 1988, i carabinieri ne rinvengono il cadavere. Ha un colpo di arma da fuoco alla testa e un altro all’addome. Per gli investigatori, questo omicidio rimane a lungo un mistero. Chi può voler uccidere un magistrato in pensione? Giacomelli peraltro non ha una storia da magistrato in prima linea, non si è quasi mai occupato di inchieste di mafia, conduce una vita riservata ed è benvoluto dalla comunità locale. Un delitto apparentemente senza movente.

Un anno dopo si celebra un primo processo davanti alla corte d’assise di Trapani; per il fatto è condannata una banda di pregiudicati del luogo, accusati da un pentito di aver ucciso per vendetta. La banda sarà poi assolta in grado d’appello.

Quasi 14 anni dopo, nuove dichiarazioni di altri pentiti di mafia smentiscono il precedente movente. La causa dello spietato omicidio di un ex magistrato di 69 anni, nella loro versione, è da ricercare nel 1985. Il 28 gennaio di quell’anno, infatti, il giudice Giacomelli dispone un provvedimento di confisca di beni nei confronti di Gaetano Riina, fratello di Totò Riina, boss del clan dei Corleonesi e capo di Cosa Nostra dal 1982 fino all’arresto, avvenuto il 15 gennaio 1993. Totò Riina viene poi condannato in via definitiva all’ergastolo, quale mandante dell’omicidio. Ad oggi non si conoscono i nomi degli esecutori materiali.

Ma per i giudici d’Assise non è il solo movente. Nelle motivazioni della sentenza si ricostruisce il momento storico della lotta alla mafia, nel quale si inserisce l’omicidio del giudice trapanese.

Emerge così, che Cosa nostra intende dare un segnale, uccidendo un magistrato giudicante per scoraggiare la magistratura dall’applicare la legge Rognoni-La Torre sulla confisca dei beni di persone appartenenti alla malavita organizzata. La strategia di attacco alla magistratura siciliana della Cosa nostra di Totò Riina troverà poi l’apice anni dopo, nelle stragi di Capaci e di via D’Amelio.

Il 14 settembre del 2009, nel ventunesimo anniversario dell’omicidio, il Comune di Trapani intitola ad Alberto Giacomelli  la piazzetta antistante il palazzo di Giustizia. Nel ricordo del figlio Giuseppe il magistrato era “un uomo non studiato, non falso, spontaneo che non aveva paura di mostrarsi così. Presente in famiglia, generoso e amorevole restava sempre un magistrato, in ogni momento e in ogni azione”.

 

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