Piemonte: detenuti al lavoro in carcere ma anche nelle aziende

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“Mi sono reso conto che considerare i detenuti solo come elementi passivi é uno sbaglio, perché nel loro percorso di riabilitazione possono diventare una risorsa” ha detto Matteo Rossi Sebaste intervistato da Roberto Fiori per l’Inserto de La Stampa di oggi, 20 ottobre.

Amministratore  delegato della storica azienda dolciaria di famiglia a Gallo d’Alba e vicepresidente della Fondazione industriali, parte per le sue riflessioni dal protocollo siglato il 25 febbraio 2025 presso la casa circondariale di Cuneo fra istituzioni penitenziarie, imprenditori e soci della Fondazione industriale Ets. Oggetto dell’accordo, la promozione dell’occupazione delle persone detenute e in esecuzione penale esterna attraverso la costruzione di un sistema di collaborazione per il loro reinserimento sociale, incentivandone l’assunzione anche attraverso la conoscenza delle agevolazioni previste per gli imprenditori; quattro gli istituti carcerari coinvolti: Cuneo, come già detto, e le case di reclusione di Alba, Saluzzo e Fossano; firmatari, oltre la Fondazione industriali, il provveditorato per l’amministrazione penitenziaria di Torino, gli uffici interdistrettuali e locali per l’esecuzione penale esterna di Torino e Cuneo. L’attività lavorativa funzionale al reinserimento sociale, passa attraverso corsi di formazione specifici in molti casi necessari per avviare esperienze professionali, grazie anche a progetti che siano in grado di attingere a risorse finanziarie europee o regionali.

Quindi, come altri accordi siglati tra imprenditori e strutture penitenziarie, il cuore di quello del febbraio 2025 è portare il lavoro in carcere. Ma, e qui l’intesa si apre a un respiro più ampio, nel prossimo futuro si concentrerà anche sul far uscire i detenuti dal carcere per lavorare, cambiando anche  la percezione dell’attività lavorativa offerta, che passerà dall’avere solo (ma già moltissimo) valore assistenziale all’assumere i connotati del ‘calcolo imprenditoriale’. Prosegue infatti Sebaste: “Questo progetto nasce dall’esigenza di un gruppo di imprenditori di provincia dove la disoccupazione è al disotto del 2% e la difficoltà a reperire mano d’opera è reale” e che ha volto lo sguardo su “una fascia ampia di popolazione che per vari motivi si trova ai margini del sistema, ma può essere reintegrata”.

Gli fa eco Paolo Giuggia, intervistato da Zaira Mureddu ancora per l’inserto de La Stampa, imprenditore del settore costruzioni  che “negli ultimi anni, complici Pnrr e bonus edilizi” ha attraversato una fase di forte espansione, accompagnata però “dalla difficoltà di reperire manodopera specializzata”. Ed é qui che si inserisce la Fondazione industriali con l’intesa siglata, utilizzando “il lavoro per restituire dignità a chi ha avuto percorsi difficili e offrire una risposta reale al fabbisogno delle imprese”. Ovviamente tutto questo ha bisogno di tempo, fasi preparatorie che passano per esempio attraverso la costruzione di un database che raccoglie i profili dei lavoratori in cerca di impiego e le necessità di aziende ed enti locali.

Il primo anno dalla firma dell’accordo è stato utilizzato da entrambe gli imprenditori per costruire rapporti con le strutture carcerarie, “mi sono impegnato ad approfondire il rapporto con le carceri” ha spiegato Sebaste, “una realtà che fa parte della nostra società ma che quasi sempre temiamo”. Rapporto che ha definito “toccante”. Giuggia si é dedicato con altri suoi colleghi imprenditori a firmare convenzioni, “attività preparatorie che hanno già dato risultati”: stanno partendo infatti le prime attività di formazione.

Se il rapporto di lavoro è normalmente un dare-avere, nel caso del carcere, ha un valore aggiunto: “un ritorno sociale dato dall’imprenditore che investe e dal detenuto che investe su sé stesso”. E quando il detenuto si mette in gioco con il lavoro, immediatamente si nota sulla recidiva: se infatti nella ‘normalità’ della detenzione (in assenza di attività lavorativa) questa si attesta sul 70%, guardando ai 20mila detenuti che lavorano quella percentuale crolla al 2. La missione di questo accordo, come di tutti gli altri siglati e di quelli che verranno, risponde alla tensione rieducativa descritta nell’articolo 27 della Costituzione.

Ma forse, questa disponibilità arrivata dal mondo dell’imprenditoria al recupero di persone e territori inizia anche ad agire biunivocamente, rieducando non solo detenuti ma educando uomini liberi ad essere cittadini consapevoli. Come dice Matteo Rossi Sebaste: “Superate le rigide divisioni di ruolo, non c’é un momento in cui io sono imprenditore e un altro cittadino”.

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