Un libro che racconta “Quel visionario di Eugenio Perucatti”

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Nel 1960 nel carcere di Turi, in provincia di Bari, arriva un nuovo direttore. È già conosciuto per il suo lavoro nell’ergastolo di Santo Stefano: lo rimette a nuovo, lo arricchisce di attività per i detenuti. Viene chiamato “il direttore del megafono” per la sua abitudine di fare annunci e comunicazioni usando l’altoparlante. Si chiama Eugenio Perucatti.

Il libro di Rosa Cirone, “Quel visionario di Eugenio Perucatti”, edito da Alvivo, racconta questa figura con testimonianze, materiali d’archivio e documenti inediti. Funzionaria del carcere di Pistoia in pensione, Cirone ha dedicato al volume due anni di ricerche. Il direttore che poi fu anche dirigente è il precursore della riforma dell’ordinamento penitenziario del ’75, che mette al centro il trattamento dei detenuti. “Era sempre presente nelle sezioni. Gesuita di formazione, praticava un profondo cattolicesimo aiutando la comunità penitenziaria, sia spiritualmente che materialmente”, racconta l’autrice a Gnews.

Quando nel 1952 arriva a Santo Stefano con la moglie e i suoi 10 figli, Perucatti trova un carcere desolato e malconcio. Un “ergastolo”, appunto, che identifica anche il contenitore, prima del contenuto della condanna: originariamente luogo di lavori forzati per gli schiavi, poi luogo del “fine pena mai”.

Eugenio Perucatti con la sua famiglia.

 

Nel carcere isolano che affaccia su Ventotene mancano acqua, luce: “una struttura panottica dove c’era un degrado strutturale, ma anche morale”, dice Cirone. In 8 anni Perucatti lo fa ristrutturare, apre la scuola per i detenuti, incentiva la biblioteca. Di quel periodo, “Quel visionario di Eugenio Perucatti” raccoglie le relazioni del direttore agli uffici del Dap, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria del Ministero. “Sorprende quanto fossero dettagliate, corredate di foto, di elementi giustificativi a sostegno delle sue richieste”, sottolinea l’autrice.

Nella concezione dell’ergastolo, c’è un prima e un dopo Perucatti. “I direttori generali del Dap dell’epoca – dice ancora Cirone – lo interpellavano, lo citavano come esempio. La sua idea era chiara e semplice: perché chiudere gli egastolani? Facciamoli lavorare, facciamoli studiare”.

 

Veduta dell'ex carcere di Santo Stefano-Ventotene
Veduta del cortile dell’ex carcere di Santo Stefano, chiuso nel 1965.

È a Santo Stefano che Perucatti scrive “Perché la pena dell’ergastolo deve essere attenuata”, un saggio dove propone una “pena condizionatamente perpetua”. Non un’automatica condanna a vita, ma un’esecuzione penale attenta al comportamento del detenuto durante la reclusione, che apre alla speranza di uscire dal carcere. Una visione costituzionalmente orientata della pena che regala a Perucatti il primato di detenuti ai quali è stata concessa la grazia: 11 nel solo penitenziario di Turi.

Tramite le persone che hanno lavorato con il direttore, Cirone scopre la piccola rivoluzione che porta avanti anche nell’ergastolo pugliese, dopo il miracolo di Santo Stefano. Fa ripavimentare tutto l’istituto; assegna le celle ai reclusi che prima stavano nelle camerate; realizza uno spaccio per i generi alimentari a prezzi bassi per gli agenti in difficoltà economiche. E poi classi di scuola, uno spazio ricreativo, un laboratorio teatrale, un cinema.

Ogni occasione è buona per aprire il carcere. Il cappellano dell’epoca racconta che permise ai detenuti di guardare di più la televisione. E si fermava con loro, quando a condurre i programmi era Mike Bongiorno.

Il lavoro di Perucatti si muove tra le pieghe di regolamenti ormai vecchi. Il figlio Antonio intitola il suo libro “Quel criminale di mio padre” (edizioni Ultima Spiaggia, 2014), per come ha provato a scardinare il sistema da dentro.

Anche il volume di Rosa Cirone è ricco di aneddoti che raccontano un’attività ai limiti dei rigidi protocolli penitenziari. Come quando un detenuto graziato a Turi, che quindi può uscire, chiede di rimanere un altro giorno per poter cantare durante il precetto pasquale nel coro del penitenziario. Perucatti lo autorizza e lo fa dormire, da uomo libero quale è, in caserma con gli agenti. O quando dà la possibilità ai reclusi di recitare in giacca e cravatta, cosa assolutamente vietata a quei tempi.

Detenuti del carcere di Turi, dopo una recita nel penitenziario.

Cirone riporta nel suo libro un’intervista del 1961 rilasciata da Perucatti a La Stampa, sul caso della scarcerazione di Salvatore Gallo, condannato dalla Corte d’assise d’appello di Catania e rinchiuso a Santo Stefano per l’omicidio del fratello, che alla fine era solo scomparso. Un errore giudiziario clamoroso. Perucatti, da sempre convinto della sua innocenza, commenta: “per quel caso, avevo un segreto dolore nell’animo; perciò, sono felicissimo del lieto fine di questa storia. E creda che sono sempre felice quando vedo qualcuno degli ergastolani graziati”, dice al giornalista.

Perucatti resterà nel carcere pugliese fino 1967, per poi essere nominato ispettore distrettuale degli Istituti di rieducazione di Puglia e Basilicata. Un “Caronte buono”, traghettatore delle trasformazioni del carcere, da istituzione totale a luogo costituzionale di rieducazione e reinserimento sociale.