La seconda vita: scrivere per riconoscersi, sperare, cambiare

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“Specchio insopportabile e maledetto. Volgevo lo sguardo altrove pur di non vedere quella faccia riflessa che ogni mattina mostravi, ma tu, impietoso, mi affliggevi, esibendo il volto di un detenuto”. Sono le parole dell’Amico riflesso, uno dei tre testi vincitori della diciottesima edizione del Premio Carlo Castelli, il principale concorso letterario per le persone ristrette nelle carceri del territorio nazionale, promosso dalla Federazione Nazionale Italiana Società San Vincenzo de’ Paoli, presieduta da Paola Da Ros, con il patrocinio del Ministero della Giustizia, della Camera dei Deputati, e del Senato della Repubblica.

Nella cerimonia di premiazione, organizzata nella Casa Circondariale Nerio Fischione, con la collaborazione del Comune di Brescia, sono state premiate due opere realizzate dai detenuti degli istituti penitenziari per adulti e un elaborato composto in un istituto minorile. Una novità importante dell’edizione 2025 del premio è stata, infatti, l’introduzione, accanto alla categoria adulti, di quella riservata ai minori: dodici ragazzi, insieme a centocinquantatré adulti, si sono cimentati in questa prova.

Il concorso, quest’anno, ha avuto come titolo “Mi specchio e (non) mi riconosco: non sono e non sarò il mio reato”, mettendo in risalto le potenzialità di rinnovamento dell’essere umano in un luogo oscuro come il carcere. La scrittura a cui i detenuti sono stati invitati è diventato un percorso di riflessione e presa di coscienza, in una prospettiva di cambiamento e riscatto.  “Sono entrato in carcere poco convinto di aver commesso un reato, preferivo parlare di errore: potenza delle distorsioni mentali”, si legge ancora nell’Amico riflesso. Nel testo, che ha ricevuto il terzo premio del concorso, l’autore, “Nareto”, ripercorre i momenti di una storia intima, rileggendo il passato, umanizzando il dolore, quello inflitto, quello provato, illuminando il tormento interiore attraverso il desiderio di diventare una persona nuova: “Ho ricostruito, condiviso, rivissuto l’accaduto con sofferenza e disagio, sincerità e lacrime”. Chi si guarda dentro scopre di non essere solo e di poter fare affidamento sugli affetti più cari e su professionisti ed esperti pronti ad aiutarti. “Sai, specchio, ho scoperto che la speranza è più forte dei fatti: non li ignora, non li aggira, ma li attraversa, li contesta e talvolta li trasforma”. L’autore del testo citato, rivolgendosi ancora alla sua immagine riflessa nello specchio, non ha paura, al termine del suo viaggio nella scrittura, di vedere “un uomo diverso, punito e detenuto, ma consapevole e rinato”. Sa quello che lo attenderà una volta uscito dal carcere: “Sarà dura. Molto dura. Quasi sessantenne ed ex detenuto: un appestato”. È lo spettro dello stigma che accompagna chi ha pagato il conto con la giustizia, di fronte al quale si può scegliere, ancora una volta, di non arrendersi: “Ci voglio provare e affrontare la seconda vita a muso duro. So di potercela fare”.

Al premio all’autore – una somma di denaro per il partecipante vincitore – è abbinata una seconda donazione, destinata a progetti volti al reinserimento sociale di detenuti di altri istituti penitenziari, o di persone in misura alternativa alla detenzione. Antonella Caldart, responsabile del settore Carcere e Devianza della società promotrice del concorso, racconta a Roberta Barbi di Radio Vaticana che “l’obiettivo è far entrare in un circuito educativo anche altri”, dilatando il processo di riabilitazione.

I testi vincitori, insieme ad altri undici scritti riconosciuti “meritevoli” dalla giuria, sono stati raccolti in un’antologia, distribuita ai partecipanti della cerimonia di premiazione, e allegati alla rivista della Federazione Nazionale Vincenzo de’ Paoli, “Le conferenze do Ozanam”, uno degli strumenti attraverso cui l’organizzazione di volontariato diffonde la cultura della legalità e della solidarietà.  La vocazione del concorso letterario è testimoniata, fra l’altro, dalla lettura dei racconti dei detenuti in diverse scuole italiane, dove gli scritti divengono strumento di educazione civica.

Come chiarisce a Gnews Matteo Pedroni, Capo area educativa dell’istituto bresciano, che ha seguito in prima persona l’organizzazione della giornata conclusiva del concorso, la preparazione dell’evento è avvenuta a partire dalla scorsa estate.  Alla cerimonia di premiazione, alla presenza della Direttrice del carcere, Francesca Paola Lucrezi, erano presenti rappresentanti del mondo penitenziario e autorità civili. Tra gli altri, il Prefetto di Brescia, Andrea Polichetti, da sempre attento al mondo penitenziario.

Il filo conduttore dell’iniziativa non è solo il riconoscimento, da parte della persona privata della libertà, del proprio percorso di vita, delle ragioni che lo hanno condotto alla condanna, ma anche la volontà di non identificarsi con il reato. Chi riflette sulla propria esperienza scopre aspetti della personalità che sostengono la reintegrazione nel contesto sociale esterno, favorendo l’attestazione della propria dignità. L’elemento costante di questo viaggio, volto all’affermazione di sé e alla trasformazione, è la speranza, “una speranza che nelle opere premiate è sempre da costruire e ritrovare”, come evidenzia Maria Cristina Failla, Presidente della Giuria del Premio.

Ogni anno la Federazione sceglie un istituto penitenziario per ospitare la cerimonia in cui vengono letti e premiati i testi selezionati dalla giuria del concorso. Ed è proprio nelle sedi istituzionali che il Premio Carlo Castelli concorre a sostenere l’immagine di un carcere come parte della comunità, e di una pena improntata alla rieducazione, cosa che ha consentito al concorso di ricevere, da Sergio Mattarella, l’onorificenza della Medaglia del Presidente della Repubblica.  Il collegamento tra un premio ai detenuti e Carlo Castelli, a cui il riconoscimento è intitolato, ha un alto valore simbolico. Non si tratta semplicemente di onorare una figura centrale del volontariato vincenziano nelle carceri, nonché uno degli ispiratori della riforma dell’ordinamento penitenziario, promossa da Mario Gozzini (legge10 ottobre 1986, n.663), ma anche di portare avanti la sua opera, dando voce a chi è privato della libertà. Il premio letterario promuove i valori della solidarietà e dell’inclusione sociale, che attraversano la cultura della pena e i principi di cui Carlo Castelli si è fatto portavoce ed esempio.

Grazie ad Alessandro Ginotta, caporedattore della rivista Le conferenze di Ozanam, che ha risposto a Gnews, mettendo a disposizione tutto il materiale relativo all’evento, possiamo leggere le parole dei detenuti che si sono distinti nel concorso.
Come si legge nel comunicato stampa della federazione promotrice, “Il Premio Castelli non è solo un concorso letterario. È un gesto concreto di rinascita”.  E un percorso di trasformazione è quello raccontato da “Liberato”, della categoria minori, che ha guadagnato il primo premio con il testo Lib(e)ro dentro, nel quale, come si legge ancora nel comunicato, la giuria ha rinvenuto “il buio e la solitudine dei primi tempi di detenzione, ma anche la lenta rinascita, resa possibile dagli incontri, dallo studio, dalla musica, dal teatro, e soprattutto dai libri, strumenti di libertà interiore”. Nello scritto l’autore riflette sul reato commesso: uno spartiacque tra un “prima”, carico di immaginazione, e un “dopo”, quando ogni aspirazione viene inghiottita. “Un attimo e mi sono ritrovato nel buco più buio del mondo a scontare un errore grosso”, racconta il giovane autore. “Mi affacciavo alla finestra, ma non vedevo niente, solo un muro enorme che mi impediva di guardare fuori. Mi sentivo perso, senza speranza”, ricorda, ripensando agli inizi della reclusione. “Il mio unico compagno era il tormento”, confessa. Ma il percorso di emancipazione comincia a farsi strada, grazie al dialogo con gli operatori penitenziari e con i volontari. Una persona, in particolare, lo sprona a leggere e a scrivere. “Ho imparato che la prigione non è solo quella fisica, ma quella che ti costruisci dentro. E con i libri sono riuscito a liberare un angolo di me stesso, e sentirmi libero, anche qui dentro”. E ai libri si aggiungono le altre attività artistiche e culturali, “raggi di luce in un’oscurità senza fine”. L’autore scopre di nuovo la capacità di sognare, di gioire, di assaporare la bellezza e l’armonia, di provare felicità. “Ho commesso un crimine che mi vergogno di aver commesso, ma che so di aver fatto, e che mi ha legato a una versione di me stesso che oggi, guardandomi allo specchio, non riconosco. Quando l’ho fatto, la testa era piena di disperazione, gelosia e rabbia”, scrive, ripercorrendo la sua esperienza. Giunge, come una conquista, la determinazione di non voler rinunciare a vivere. “Voglio essere semplicemente «Liberato», un ragazzo che ha sbagliato, ma che non si arrende alla sua storia e vuole scriverne un’altra. Una storia di riscatto, cambiamento, speranza e perdono […]. Ogni giorno, guardandomi allo specchio, vedo una persona diversa, anche se il dolore non può mai completamente svanire”.
L’idea della detenzione come opportunità di crescita e responsabilizzazione attraversa anche Riflesso, il secondo testo premiato, scritto da Nicola Alberti. Anche in questo caso l’autore si interroga sulla propria identità, cercando di scorgere un’alterità rispetto al proprio passato, rispetto al reato. “Mi guardo allo specchio. Ma non mi riconosco. La figura che vedo riflessa sembra straniera, come se fosse un altro uomo che indossa il mio stesso corpo […]. È difficile spiegare questo senso di disconnessione, questa distanza tra ciò che sono e ciò che vorrei essere, tra ciò che sono stato e ciò che posso diventare”. Inizia così la riflessione dello scrittore, in cammino verso un recupero compassionevole della propria umanità, un sentiero che rivendica ad ogni persona “il potere di reinventarsi, di costruire una nuova versione di sé”. Anche in questo testo lo scrittore matura la consapevolezza di doversi impegnare per distaccarsi da quello che si è stati, “senza rimanere intrappolato nel rimorso”, aprendosi a “quella voce silenziosa che ci dice che possiamo fare meglio, che possiamo essere migliori”. Non essere vittime del passato, di ciò che non si può modificare, ma proiettarsi verso il futuro, con la coscienza del male fatto, ma anche del bene che si può ancora operare. “Nessuna persona è irrimediabilmente dannata, nessuna vita è davvero finita. Anche nelle situazioni più disperate, anche quando sembriamo aver toccato il fondo, c’è sempre la possibilità di rialzarsi. C’è sempre una fioritura che può emergere da un terreno in apparenza sterile. Non importa quanto oscura sia stata la notte, c’è sempre una nuova alba pronta a sorgere”.

Failla, commentando il concorso letterario, rivendica il forte impatto dell’iniziativa in termini di “formazione culturale e morale”, sottolineando come “la società civile, con le sue istituzioni e con la grande forza del volontariato, può concorrere davvero nella trasformazione di una persona che ha sbagliato, talvolta anche gravemente, in una persona nuova, accompagnandola in un processo di ricostruzione della sua personalità”. “Serviens in spe”, servire nella speranza, è il motto della Società di San Vincenzo de’ Paoli, l’organizzazione di volontariato che condensa la sua attività nell’offerta di “aiuto, vicinanza ed amicizia, buoni semi per costruire un futuro migliore”.