Il 14 gennaio 1968 il terremoto del Belìce

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Il fiume Belìce attraversa un lembo di Sicilia, che tocca le province di Trapani, Agrigento e Palermo. Durante il pomeriggio del 14 gennaio 1968 inizia lo sciame sismico: tre scosse provocano danni a molti edifici. Il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, all’epoca comandante dei Carabinieri di Palermo, visitando a distanza di poche ore le zone colpite, raccomanda alla popolazione di non rientrare in casa e dormire all’aperto.

Nella notte tra il 14 e 15 gennaio due scosse, una alle 2:33 e una alle 3:01 di magnitudo 6.4 della scala Richter, sconvolgono quella vallata rurale della Sicilia occidentale. Vengono rasi al suolo Gibellina, Montevago, Poggioreale e Salaparuta. Gravemente danneggiate anche Menfi, Partanna, Camporeale, Chiusa Scafani, Contessa Entellina, Sciacca, Santa Ninfa, Salemi, Vita, Calatafimi e Santa Margherita del Belice.

Quel giorno l’Italia si trova ad affrontare la prima grave emergenza del dopoguerra, anche perché dopo un’altra fortissima scossa delle 10:56 del 25 gennaio, le autorità proibiscono l’ingresso ai paesi più devastati – Gibellina, Montevago e Salaparuta – e la gestione della popolazione sfollata diventa complessa e gravosa. Verranno registrate tra il 14 gennaio e il 1° settembre 1968 345 scosse, 81 di queste con magnitudo pari o superiore al 3° grado .

All’alba del 15 gennaio si mette in moto la macchina dei soccorsi: iniziano i lavori di scavo, la ricerca dei dispersi, la messa in sicurezza degli edifici danneggiati e la sistemazione delle persone costrette ad abbandonare i centri abitati coinvolti dalla distruzione del sisma. La neve e la pioggia invernali nel frattempo hanno trasformato la vallata in un acquitrino, rendendo le operazioni ancora più ardue e lente.

Il bilancio delle vittime e dei danni è elevatissimo:  perdono la vita 296 persone, oltre 1.000 sono i feriti e quasi 100.000 coloro che hanno bisogno di una sistemazione abitativa d’emergenza. Anche tra i soccorritori si contano vittime: il 15 e il 25 gennaio a causa delle scosse, che fanno crollare edifici già lesionati, perdono la vita 7 agenti di Polizia, 4 Vigili del fuoco e un Carabiniere.

Negli anni che verranno quelle fratture della terra si trasformeranno, grazie ad Alberto Burri, in una opera d’arte, il Cretto di Burri.  Ripresa fedelmente l’urbanistica della città di Gibellina, rasa al suolo, la sua forma, i viali, le strade, l’opera – realizzata in una prima fase tra il 1984 e il 1989 e successivamente completata nel 2015 – ricopre la città con blocchi di cemento, spesso realizzati accumulando e ingabbiando le macerie degli stessi edifici.