Guignard e Fabbri, le star italiane di danza sul ghiaccio

FacebookTwitterWhatsAppEmailCopy Link
La sera dell’11 febbraio 2026 al Forum di Assago di Milano le stelle della danza su ghiaccio delle Fiamme azzurre, Charléne Guignard e Marco Fabbri hanno chiuso il loro programma alle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026. Dopo aver portato a casa una medaglia di bronzo nel team event, hanno sfiorato un podio che sarebbe stato meritatissimo. La quarta posizione raggiunta da Guignard e Fabbri ha un grande significato, sia per il valore altissimo delle tre coppie che li hanno preceduti, sia per la dimostrazione di classe ed esperienza, che loro hanno offerto agli appassionati che hanno riempito il palazzetto milanese e ai milioni di spettatori collegati in tv.
Sulle note incantate di ‘Diamanti’ di Giorgia, Charléne e Marco hanno emozionato i presenti con una prova di ‘free dance’ intensa e raffinata.  Per la straordinaria sequenza di passi e la qualità in ogni elemento, il pubblico ha tributato loro tutto il calore e l’approvazione che i veterani della danza italiana meritavano: più volte campioni europei, hanno dimostrato ancora una volta cosa significhi costruire una carriera con sacrificio e passione fino a toccare i vertici dell’èlite mondiale.
A poche settimane da quella indimenticabile serata, gNews li ha sentiti per farsi raccontare emozioni e ricordi di questi Giochi invernali italiani. Ma prima ci concediamo un passo indietro di qualche anno e parliamo di come è nata la loro passione per il pattinaggio sul ghiaccio.
Charlene ha iniziato a danzare sul ghiaccio a 6 anni e quasi immediatamente ha capito di voler pattinare con un partner al suo fianco, “perché mi dava sicurezza”, e poi – continua la pattinatrice – “ho voluto proseguire in coppia: mi piace la condivisione e, negli anni,  essere in due negli allenamenti e in gara é stata la mia forza”. Marco ha iniziato a 7 anni come pattinatore singolo, ma anche lui ha avvertito a un certo punto il desiderio di poter condividere con qualcuno le pressioni e i momenti di difficoltà: “Se avessi potuto – conferma Marco – lo avrei fatto fin dal principio”.
Spazio, poi, al racconto dell’esperienza olimpica e ai progetti per il futuro.
Nei vostri programmi spesso raccontate storie molto diverse tra loro e ho letto che per questa coreografia vi siete ispirati al film Diamanti, che non a caso è anche nel brano scelto. Cosa vi ha colpito di questo film e come avete pensato di trasferirlo nella danza su ghiaccio?
Tutti gli anni presentiamo un tema e quest’anno abbiamo scelto di lavorare con le sonorità degli Anni novanta. Altra cosa è invece l’ideazione del  ‘programma libero’, che lascia spazio completamente alla nostra inventiva. Per i Giochi volevamo esibirci su musiche, che potessero toccare il cuore delle persone e gareggiando in Italia volevamo proporre brani di musica italiana, ma abbiamo temuto di risultare un po’ scontati. Quando poi abbiamo ascoltata la colonna sonora di Diamanti, e il brano cantato da Giorgia, ci siamo commossi. Il messaggio del film, che abbiamo rilanciato in pista è stato che insieme si superano le difficoltà. A livello coreografico ci siamo ispirati al film per la mimica facciale, i movimenti del corpo e il tipo di connessione da mostrare nella coppia.
La vostra disciplina richiede tanta preparazione a livello fisico ma anche mentale: quanto è importante oggi, per un atleta, prendersi cura anche della testa e non solo del fisico?
Nel nostro sport non esiste un unico modo per gestire questi aspetti, ognuno affronta come vuole le gare, il momento pre-gara e post-gara. Alcuni si isolano, altri preferiscono stare in compagnia, poi c’è chi sceglie di farsi supportare da professionisti. Io e Charléne cerchiamo di distrarci, di scaricare la tensione, perché se ci focalizziamo troppo sulla gara, rischiamo di agitarci. Essere coppia aiuta tanto, perché possiamo confrontarci, svagarci insieme. Poi in pista la concentrazione è massima, ma dipende anche dall’importanza della gara, perché non tutte sono uguali. In questo senso con tutto il team abbiamo cercato di non dare troppa importanza alle Olimpiadi, abbiamo cercato di affrontarla come se fosse una gara qualsiasi.
Le Olimpiadi in casa: cosa ha rappresentato Milano‑Cortina 2026, al di là dei risultati?
Era la nostra quarta esperienza ai Giochi invernali, ma sapevamo che sarebbe stata particolare, perché ci rendiamo conto, che gareggiare ogni quattro anni rende questo evento diverso da un mondiale per esempio. Non sapevamo cosa aspettarci e finirla con una medaglia al collo ci ha emozionato molto. Abbiamo avuto occasione di ripercorrere le tappe del nostro percorso sportivo. Ci sono state lacrime di gioia e sensazioni che non è facile esprimere a parole.

Avete sentito più pressione o più energia nel gareggiare davanti al pubblico italiano?
Abbiamo sentito tensione di esibirci davanti al pubblico italiano, con familiari e amici che ci conoscono, che sono venuti a sostenerci. E abbiamo avvertito la pressione e la responsabilità di gareggiare anche per loro.

Come avete vissuto il post-gara, seduti nella postazione dei primi nella classifica provvisoria insieme al team tecnico e venivate spesso inquadrati?
Fino a un anno fa le tre coppie del podio virtuale aspettavano in una stanzetta e poi se si ‘scendeva’ dal podio, si doveva uscire. C’era più riservatezza, anche se si veniva ugualmente inquadrati dalla tv, ma dal Mondiale del marzo 2025 hanno introdotto la ‘sedia del leader’, accanto alla zona del cosiddetto ‘kiss and cry’, dove tutto la stadio può osservarti e a tre metri siedono i tuoi diretti concorrenti. Gli atleti in maggioranza, interpellati sulla questione, avevano espresso perplessità, chiedendo più attenzione alla privacy, più riservatezza per poter esprimere qualsiasi tipo di emozione, sia di rabbia sia di gioia, ma si è andati avanti comunque con questa novità.
Aver sfiorato il podio è qualcosa che avete vissuto più come una delusione o più con l’orgoglio di aver realizzato una grandissima prestazione?
Come in molti altri sport e discipline dietro a giudizi e punteggi che decidono le competizioni, c’è un giudizio umano. Bisogna accettarlo.
Se poteste lasciare un messaggio ai tantissimi spettatori che vi hanno guardato, sia dall’arena sia in tv (oltre 3 milioni in totale), cosa vorreste che rimanesse dopo la vostra esibizione?
Vorremo ringraziare le tante persone che dopo le Olimpiadi ci hanno raggiunto tramite i social. Abbiamo ricevuto tanti messaggi di affetto, riconoscenza, apprezzamento. Molte persone ci hanno raccontato di essersi commosse guardando le nostre esibizioni. Alcuni messaggi erano molto profondi, non semplici complimenti. Ci ha fatto enormemente piacere e ci ha toccati molto.
Vi ha stupito sapere quanti italiani vi hanno seguito in tv? 
Il dato ci ha colpiti. A mente fredda c’é il rammarico che le gare di danza sul ghiaccio non vengano trasmesse più spesso in tv. Sappiamo che esiste un problema con gli sponsor che non investono, perché si stima che non ci sia interesse del pubblico. Ma senza investimenti e dirette tv il pubblico non può interessarsi. E’ un cane che si morde la coda. Senza contare la questione delle strutture per pattinare, che sono molto più costose rispetto a quelle che servono per il tennis o il calcio. Ci piacerebbe molto che il pattinaggio su ghiaccio diventasse uno sport più seguito, vedremo cosa accadrà.
Che consiglio dareste a una bambina che sogna oggi di diventare una campionessa di danza su ghiaccio?
Diremmo che prima di tutto bisogna divertirsi, primo passo fondamentale per iniziare questo sport. Si vedono troppe situazioni nelle quali il genitore fin da subito è molto pressante. I bambini devono prendere seriamente l’impegno sportivo,  ma senza dimenticare che serve anche a divertirsi. Poi ai giovani va insegnato a non mettere freno ai propri sogni, a credere di poter fare qualsiasi cosa, a non spaventarsi alle prime difficoltà. Mai smettere di sognare, crederci sempre e lavorare per i propri obiettivi.
Voi siete una coppia sia sul ghiaccio sia nella vita e siete insieme da 16 anni, pur essendo giovani, questo è un messaggio e un esempio molto potente per coppie giovani che si arrendono alle prime difficoltà (e magari neanche lavorano insieme tutti i giorni) che consiglio dareste loro?
Il nostro segreto è sempre stato quello di separare la vita privata da quella lavorativa, non portare i problemi di coppia in pista e viceversa, se si mescolano poi diventa difficile gestire la relazione professionale. Poi ad esempio abbiamo sempre cercato di non parlare di pattinaggio dopo l’allenamento. Dobbiamo dire però che, complessivamente, ci ha dato molta forza essere coppia nella vita, perché vivevamo le stesse esperienze e quindi ci comprendevamo di più.
Cosa vi ha insegnato questo sport che vi accompagna anche fuori dal ghiaccio?
Ci ha insegnato a impegnarci e a continuare a crederci sempre, perché quando abbiamo cominciato, mai avremmo pensato di arrivare a questi livelli. Nei primi anni di carriera molto ha contato la disciplina che questo sport richiede.
Cosa intendete fare quando lascerete le competizioni agonistiche? Come vedete il vostro futuro?
Abbiamo molte idee, suggestioni che stiamo ancora valutando. Ci piacerebbe lavorare per diffondere maggiormente questo sport in Italia. Vorremmo proporre alle Fiamme azzurre progetti per rendere la danza sul ghiaccio meno di nicchia.
Che rapporto avete con le Fiamme azzurre?
Il Corpo ci è sempre stato vicino e presente. La responsabile delle Fiamme azzurre, Irene Marotta, ha assistito a tutte le nostre gare, è stata tra le prime a venirci incontro a fine gara emozionata e contenta. La forte presenza del Corpo la abbiamo avvertita sempre e non è una sviolinata. Tornando ai piani per il futuro, pensiamo anche di poter aiutare il Corpo con il ruolo di istruttori per le nuove leve del pattinaggio ‘azzurro’.
Guardando, invece agli impegni del 2026, che programmi avete?
Abbiamo deciso di non partecipare al Mondiale di fine marzo e iniziare subito il recupero per la prossima stagione agonistica, che inizierà a settembre. Quello che pochi sanno è che in questo periodo senza competizioni, che può sembrare molto ampio, tutto il team lavora per la costruzione del ‘programma’, un processo creativo molto lungo, che parte dalla ricerca musicale e dura circa due mesi. Quindi, considerando che si preparano due programmi e contemporaneamente si svolge la preparazione fisica, il periodo tra aprile e settembre quasi non conosce soste.