Marassi, Teatro dell’Arca, “Un sogno che si avvera ogni giorno”

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Un’utopia che diventa realtà. Siamo all’interno della casa circondariale di Genova Marassi e loro sono Mirella Cannata e Carlo Imparato, presidente e vicepresidente dell’associazione culturale Teatro necessario. Compagni di vita e pionieri dell’unico teatro in Europa costruito all’interno di un istituto di pena ma aperto alla comunità cittadina.

Lei, critica teatrale, insegnante di Storia dell’arte presso la scuola di Grafica pubblicitaria, attiva all’interno del carcere. Lui, da sempre impegnato in attività di volontariato, soprattutto in campo educativo, insegnante presso un istituto tecnico professionale genovese.

Il loro sogno? La realizzazione di una struttura in legno di 360 mq, in grado di ospitare gli spettacoli della loro compagnia teatrale, per donare uno spazio alle persone ristrette e alla città di Genova. Una costruzione che prende vita, in soli tre anni, nel cortile del carcere.

Due porte che collegano due mondi: da una parte l’ingresso su strada per i cittadini, dall’altra la porticina che collega il cortile alle sezioni dei detenuti. Lo chiamano “il ponte a metà strada”.

Fieri, e ancora oggi increduli di ciò che hanno realizzato, raccontano ai microfoni di gNews i vent’anni di attività della compagnia teatrale Scatenati e del Teatro dell’Arca Sandro Baldacci, in onore all’anima del progetto, regista, attore e insegnante di teatro, scomparso nel 2023.

Mirella, come nasce l’idea di costruire il Teatro dell’Arca?

Con il direttore artistico di Teatro Necessario, Sandro Baldacci, un visionario in tema di recitazione a scopo sociale e terapeutico, abbiamo iniziato quest’avventura il 5 maggio 2006. Al Teatro Modena di Genova, siamo andati in scena con il primo spettacolo che si intitolava Scatenati, da qui il nome della nostra compagnia teatrale. Per dieci anni ci siamo adattati alla conformazione strutturale dell’edificio che, essendo stato costruito nell’Ottocento, non era certamente pensato per attività trattamentali o sociali. Svolgevamo le prove degli spettacoli all’interno della Cappella. Finché, nel 2013, è accaduta la magia: il direttore Salvatore Mazzeo ci disse che, se avessimo trovato i fondi, avremmo potuto usufruire del cortile dell’istituto che, a quel tempo, era adibito a discarica. Noi però volevamo fare di più. Volevamo costruire un teatro di città interno al carcere, in modo che il pubblico potesse venire a vedere spettacoli, concerti, film, presentazioni di libri e mostre. Dopo tre anni di lavoro, il 5 maggio 2016, abbiamo inaugurato il nostro teatro. Il direttore Mazzeo consigliò di intitolarlo Teatro dell’Arca perché, diceva: “Chi ci entra si salva”.

Carlo, qual è stata la reazione della comunità di Genova?

Il progetto è stato possibile grazie a un’equipe di professionisti che ha lavorato gratuitamente con forte dedizione. La stessa pianta della struttura del Teatro dell’Arca è stata donata da un gruppo di architetti. La comunità cittadina ha risposto in modo importante, sia dal punto di vista economico, perché il 50% del budget è stato donato da due fondazioni bancarie, la compagnia di San Paolo e la Fondazione Carige di Genova, sia per la partecipazione ai nostri eventi di autofinanziamento, che sono andati meglio di ogni previsione. A proposito della città di Genova, custodisco nel cuore un aneddoto che racchiude un po’ la trasformazione mentale che è avvenuta in città con questo teatro. L’inverno scorso, in una giornata di pioggia, un signore si presenta in biglietteria e compra due biglietti, subito dopo mi chiede indicazioni per uscire dall’istituto. Io, stupito, chiedo perché doveva uscire se aveva appena comprato dei biglietti e lui, più stupito di me, mi risponde che aveva lasciato la moglie malata a casa e, con quel tempaccio, non poteva assistere allo spettacolo ma voleva solo sostenerci.

Mirella, ricorda le prime impressioni delle persone detenute durante la realizzazione del teatro? E come vivono attualmente questo progetto?

Quando alle persone detenute si danno delle occasioni per dimostrare che possono essere altro da quello per cui sono dentro, tirano fuori veramente il meglio. Abbiamo dato il via ai lavori in un clima di forte entusiasmo perché i ristretti vedevano concretizzarsi un’idea di cui si discuteva già da tempo. Tramite un bando europeo, che ci ha permesso di avviare corsi di formazione in falegnameria e in scenotecnica, abbiamo coinvolto 20 detenuti per la costruzione della struttura. Tutto ciò è stato realizzato grazie alla collaborazione di tutto il personale della casa circondariale. Un grazie anche alle varie realtà territoriali che si sono impegnate insieme a noi. In particolare, l’associazione Fuoriscena che si occupa di servizi tecnici per lo spettacolo e che ha formato le persone ristrette, permettendo la realizzazione del palcoscenico, della gradinata in legno, della graticcia. Tanti avevano già delle competenze, specie nel campo dell’edilizia, altri hanno scoperto in questa occasione di averle.

Il teatro in carcere è riconosciuto come un potente strumento di riabilitazione. Emerge dai dati la capacità di ridurre il tasso di recidiva dal 68% al 7%. Avete testimonianze in tal senso?

Sì – rispondono Mirella e Carlo con una voce sola -, abbiamo diversi casi. Ieri sera, durante il nostro spettacolo Voci di Antigone, messo in scena al Teatro Nazionale di Genova, sono venuti a trovarci alcuni ex detenuti che hanno lavorato con noi. In particolare, Lino, che è stato con noi per quindici anni. Ogni giorno, dal 2013, usciva dalla cella, prendeva le chiavi e si recava in teatro: accoglieva le compagnie ospiti e si occupava delle questioni tecniche. Lino, che ha 71 anni, è stato salvato dal teatro, non aveva mai visto uno spettacolo e quando ha avuto la possibilità di chiedere la misura alternativa al carcere ha preferito rimanere al Marassi per collaborare con noi. Finalmente adesso è in affidamento in una struttura di Genova e siamo riusciti a inserirlo nel team del Teatro nazionale. Ieri sera quando siamo arrivati con gli attori detenuti, Lino era già lì che lavorava e ci ha accolti come un professionista.

Carlo, non solo attori, dunque. Il vostro progetto permette una formazione anche sui mestieri dello spettacolo?

Sì, il Teatro dell’Arca è anche un luogo di formazione sui mestieri dello spettacolo: elettricisti, scenotecnici, tecnici di luci. Luca, un nostro ex detenuto, ha lavorato con noi per tanti anni ed è un pilastro del nostro progetto. È entrato nel nostro team per caso, adesso è un tecnico delle luci molto bravo. Segue eventi di portata nazionale, come Sanremo e cantanti di un certo calibro come i Negramaro e Vasco Rossi. Viene sempre con noi nelle scuole a parlare ai ragazzi di cosa è realmente il carcere. È una grande risorsa per il nostro progetto e per i corsi di educazione alla legalità dei ragazzi, che lo ascoltano sempre in religioso silenzio.

Mirella, l’idea iniziale, a distanza di tutti questi anni, può dirsi realizzata?

Quando facciamo spettacoli serali siamo abituati ad avere quasi sempre sold out con ovazioni finali. Alla prima dello spettacolo con cui stiamo debuttando in questi giorni, le Voci di Antigone, sono venute mille persone e abbiamo date fissate per tutto il mese. Questo spettacolo per noi è molto importante, perché per la prima volta un giudice ha scelto di recitare insieme ai nostri ragazzi. Io e Carlo quotidianamente ci chiediamo come abbiamo fatto a mettere in piedi tutto questo. Siamo felici, soprattutto, per le persone detenute che ricevono una grande occasione di riscatto e lo dimostrano durante ogni spettacolo, davanti a familiari e pubblico. Oggi, in quasi tutte le carceri si fa teatro, anche grazie ai finanziamenti del progetto “Per Aspera ad Astra: come riconfigurare il carcere attraverso la cultura e la bellezza”, ma nella maggior parte dei casi si tratta di spazi ricavati già esistenti. La nostra particolarità è stata partire dal nulla. Quando vengono le altre compagnie teatrali rimangono stupite perché non si aspettano di trovare un vero teatro all’interno del carcere Marassi. Per noi è un sogno che è diventato realtà e continua ad essere un sogno che ogni giorno si avvera.