“Io, Falcone e la Fiat Croma”. Intervista a Mario Gralluzzo

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Il 12 maggio 1992 Giovanni Falcone era a Roma per partecipare a un convegno sulla droga organizzato dall’agenzia di stampa Adnkronos. Mentre si trovava al tavolo dei relatori ricevette un foglio: l’ennesimo biglietto contenente minacce di morte. Undici giorni dopo, mezzo quintale di tritolo avrebbe fatto saltare in aria un tratto dell’autostrada A29, nei pressi dello svincolo di Capaci, spezzando la sua vita, quella della moglie e collega Francesca Morvillo e degli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro.

Un video dell’Adnkronos ha immortalato per sempre i drammatici momenti di quel giorno.

All’inizio del video si vede un agente in borghese scendere dall’autovettura insieme al magistrato siciliano. È il sovrintendente di Polizia penitenziaria Mario Gralluzzo, oggi in quiescenza. Lo abbiamo intervistato in esclusiva alla vigilia della cerimonia di svelamento della Fiat Croma della strage al Museo del Presente “Giovanni Falcone e Paolo Borsellino” di Palermo.

Lei era lì con lui quel giorno, ricorda come reagì Falcone?

Fu una reazione insolita rispetto a tutte le altre occasioni, nelle quali tendeva sempre a sdrammatizzare. Normalmente il giudice Falcone affrontava le minacce con grande serenità. Diceva che erano spesso opera di millantatori e ci scherzava sopra. Raccontava che al centralino del Ministero della Giustizia ne arrivava anche più di una al giorno e, sorridendo, diceva: ‘Ci sono abituato, significa che sto andando nella direzione giusta’. Quella volta, però, fu diverso. La mattina del convegno era tranquillo. Quando lesse il biglietto che gli venne consegnato il suo atteggiamento cambiò improvvisamente. Abbassò lo sguardo e apparve profondamente turbato. Ricordo che anche durante il viaggio di ritorno in auto rimase in silenzio, senza fare alcun commento su quanto era accaduto.

Che servizi svolgeva per Falcone e quanto tempo ha lavorato con lui?

Sono stato impiegato in qualità di operatore di tutela nella sua scorta a Roma, quando Falcone era Direttore Generale degli Affari Penali del Ministero della Giustizia, dal febbraio 1990 fino al giorno della sua tragica scomparsa. Il servizio si svolgeva a giorni alterni e prevedeva una vettura protetta con personale della Polizia penitenziaria e una vettura di scorta con due operatori della Polizia di Stato del Reparto Scorte di Villa Tevere. Ricordo ancora il mio primo giorno di servizio: ero stato appena trasferito dall’istituto penitenziario Ucciardone di Palermo e non sapevo quale sarebbe stato il mio incarico. Quando scoprii che avrei fatto parte della scorta di Giovanni Falcone provai un grande senso di orgoglio e di responsabilità.

Che ricordo ha dell’uomo Falcone?

Quello di un uomo eccezionale, prima ancora che di un grande magistrato. Era completamente dedito al lavoro, stimato da tutti all’interno del Ministero della Giustizia e apprezzato anche all’estero. Io ero il più giovane tra i componenti della scorta e lui mi trattava quasi come un figlio. Con me e con l’autista Tommaso Staffoli, siciliano di Favignana, amava scherzare in dialetto, raccontare barzellette e alleggerire i momenti di tensione con il suo carattere. Talvolta a Roma lo accompagnavo anche in momenti di vita quotidiana. Un giorno mi diede una risposta che non dimenticherò mai. Gli chiesi: ‘Presidente, perché non ha figli?’. Mi guardò e mi rispose: ‘I figli non devono nascere orfani’. Una frase che racchiudeva tutta la consapevolezza del rischio che affrontava ogni giorno.

Qual è, secondo lei, l’insegnamento più grande che ha lasciato Falcone?

Falcone ci ha insegnato che la legalità, il coraggio e il senso dello Stato devono venire prima di ogni interesse personale. Ci ha dimostrato che non bisogna mai arrendersi di fronte alla violenza e alla criminalità, ma continuare a fare il proprio dovere con onestà, lealtà e determinazione. Il suo sacrificio, insieme a quello di tutte le vittime della mafia, deve essere tramandato soprattutto ai giovani, affinché comprendano il valore della libertà, della giustizia e dell’impegno civile. Questo, a mio avviso, è il più grande insegnamento che Giovanni Falcone ci ha lasciato.

Oggi pomeriggio, al Museo del Presente “Giovanni Falcone e Paolo Borsellino” di Palermo, ci sarà la Cerimonia di svelamento della Fiat Croma su cui viaggiavano Falcone e la moglie il 23 maggio 1992…

Di quella macchina ho un ricordo un episodio che considero particolarmente significativo. La Fiat Croma blindata utilizzata dal giudice Falcone a Palermo fu da me personalmente condotta insieme al sovrintendente Giuseppe Ruocco da Roma a Palermo su sua espressa richiesta, affinché lui e la moglie, la dottoressa Francesca Morvillo, potessero disporne durante i loro soggiorni in Sicilia. È un incarico che ricordo con grande orgoglio, perché rappresentava un’ulteriore dimostrazione della fiducia riposta nei confronti del personale della sua scorta e dell’attenzione che il giudice riservava alla sicurezza propria e della consorte. Il 22 maggio Falcone doveva partire da Roma per raggiungere l’isola di Favignana per visitare la tonnara e assistere alla pesca dei tonni. Era previsto che fossimo io e il collega Staffoli ad accompagnarlo a Palermo e successivamente a Favignana. Ma, scusandomi con lui, gli riferii che non sarei potuto andare perché avevo fissato proprio per il giorno successivo la data delle pubblicazioni del mio matrimonio a Salerno, la mia città di origine. Tuttavia, l’evento venne rinviato e così il giudice rinviò la partenza al giorno successivo, in attesa che la moglie si liberasse dagli impegni connessi all’incarico di componente della commissione di concorso per l’accesso in magistratura. Ero a casa a Salerno, quel pomeriggio del 23 maggio 1992. Mio padre mi venne incontro piangendo, riferendomi quanto accaduto a Palermo. Partii subito per Roma. Il ricordo di questa intensa esperienza professionale, personale ed emotiva mi accompagna anche adesso, soprattutto quando passo da Capaci, davanti al luogo della strage.