Rocco Chinnici, il magistrato padre
del pool antimafia

Rocco Chinnici
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In occasione del 43° anniversario della strage di via Pipitone, in cui morì Rocco Chinnici, Consigliere istruttore del tribunale di Palermo, si è tenuta oggi nella sede della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo la cerimonia commemorativa, alla presenza del Capo dello Stato, Sergio Mattarella. Hanno partecipato, tra gli altri, il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, il vicepresidente del Csm, Fabio Pinelli, il Primo presidente della Corte suprema di cassazione, Pasquale D’Ascola, il Procuratore generale presso la Corte suprema di cassazione, Pietro Gaeta, e i figli del giudice, Caterina, europarlamentare, e Giovanni, avvocato.

Chinnici era convinto che la mafia potesse essere sconfitta non solo nelle aule di tribunale ma anche attraverso l’educazione. Pochi giorni prima del suo assassinio, in un’intervista a I Siciliani di Pippo Fava, disse: “Credo nei giovani. Credo nella loro forza, nella loro limpidezza e nella loro coscienza. Credo nei giovani perché forse sono migliori degli  uomini maturi, perché cominciano a sentire stimoli morali più alti e drammaticamente veri… “. Durante la sua carriera professionale partecipò a molti congressi e convegni giuridici recandosi nelle scuole per parlare di mafia e di droghe, perché “parlare ai giovani, alla gente, raccontare chi sono e come si arricchiscono i mafiosi, fa parte dei doveri di un giudice”.

Nel 1979, quando il Giudice Cesare Terranova venne assassinato, il Consiglio superiore della magistratura deliberò la nomina di Chinnici a consigliere istruttore e poi a capo dell’Ufficio istruzione del tribunale di Palermo. In un periodo in cui la mafia sembrava invincibile e ogni magistrato seguiva i propri processi in grande autonomia, Chinnici comprese che la criminalità mafiosa doveva essere affrontata nel complesso: modificò il metodo investigativo e, ispirandosi al gruppo di magistrati impegnati a contrastare il terrorismo rosso a Torino, istituì il primo pool antimafia che trattava il fenomeno mafioso come un’unica grande organizzazione e non come casi slegati tra loro.

L’aver rivoluzionato il modo di combattere la criminalità organizzata gli costò la vita. Il 29 luglio 1983, alle 8:35 del mattino, una Fiat 126 imbottita con 75 chili di tritolo esplose davanti la sua abitazione in via Federico Pipitone. Nell’attentato persero la vita, assieme al magistrato, i carabinieri della scorta, Mario Trapassi e Salvatore Bartolotta, e il portinaio dello stabile, Stefano Li Sacchi.