“Leggere vale la pena”: la Sapienza fa centro con il teatro in carcere
9 Ottobre 2026
Abbattere le distanze, smantellare i pregiudizi e riscoprirsi coetanei, prima di ogni altra etichetta. È questo il cuore pulsante di “Leggere vale la pena”, il progetto sviluppato dalla Facoltà di Lettere e Filosofia di Sapienza Università di Roma con l’obiettivo di promuovere la lettura all’interno degli istituti detentivi e nelle scuole superiori attraverso attività culturali condivise. La finalità è profonda: favorire occasioni di ascolto e confronto capaci di mettere in relazione giovani provenienti da contesti profondamente diversi.
Dalla scorsa primavera il percorso ha coinvolto, grazie all’impegno profuso da anni da Elisabetta Tamburini (direttrice della biblioteca di Filosofia e della biblioteca del dipartimento di Lettere e culture moderne della Sapienza), i ragazzi e le ragazze dell’IPM di Casal del Marmo e gli studenti dei licei Eugenio Montale e Nomentano. Attraverso la lettura condivisa e il confronto sui medesimi testi, il progetto ha offerto uno spazio comune per scoprire la forza del racconto.
L’impatto è stato dirompente, capace di mettere in discussione i pregiudizi iniziali. Lo testimoniano le parole degli studenti dei licei: “Un’esperienza che resta impressa e che porta inevitabilmente a riflettere”, ha scritto una ragazza. Un compagno ha aggiunto di aver imparato “a non giudicare le persone troppo in fretta e ad apprezzare di più la libertà che abbiamo ogni giorno”. Il cambiamento più significativo è stato nello sguardo di chi, prima, vedeva i ragazzi dell’IPM solo come detenuti e ha poi scoperto coetanei con le stesse emozioni e insicurezze.
In questa consolidata cornice si è inserito l’appuntamento tenutosi ieri.
Grazie alla proposta della professoressa Arianna Punzi, preside della Facoltà di Lettere e Filosofia, la cultura è tornata direttamente all’interno dell’istituto penale per i minorenni di Roma. Questa volta, il momento di incontro e di dialogo è passato attraverso la rappresentazione di “Joseph & Bros. Casa vuota”, una produzione teatrale della compagnia Casavuota che sta portando una profonda riflessione sulla giustizia riparativa in diverse carceri italiane.

Il testo mette in scena tre mondi apparentemente lontani per provenienza etnica, religiosa e culturale, che convergono nei nove metri quadrati di una cella: un vecchio siciliano ex sicario di mafia, un giovane magrebino “incastrato” da reati legati alla droga e un uomo colto di mezz’età, ebreo, in galera per un raptus.
Scritta da Ignazio De Francesco (monaco e islamologo esperto di Medio Oriente) e adattata dal drammaturgo Alessandro Berti, l’opera usa la dimensione carceraria come cartina al tornasole della società.
Sullo sfondo simbolico della storia di Giuseppe e dei suoi fratelli, presente sia nella Bibbia sia nel Corano, metafora di una fratellanza ferita, i tre personaggi protagonisti affrontano il difficile cammino della convivenza forzata. Per vivere insieme senza scontrarsi, i tre carcerati decidono di mettere in atto dei complessi giochi di ruolo basati sull’antico testo sacro, trasformandosi gradualmente in una vera e propria folk band carceraria: imbracciando due chitarre e un violino, accompagnano i capitoli della propria espiazione fino a un liberatorio concerto finale.
La trama non è pura fantasia, ma il frutto di un intenso lavoro di documentazione basato su scambi epistolari e orali con detenuti, ex detenuti, collaboratori di giustizia ed esperti del settore. Nel pomeriggio piovoso di Casal del Marmo, lo spettacolo ieri ha creato una dimensione di profonda intimità.

I giovani detenuti, ragazzi e ragazze provenienti da numerosi Paesi, hanno ascoltato in assoluto silenzio, immedesimandosi a tal punto da credere che gli attori fossero veri carcerati.
Con estrema semplicità, senza luci o effetti speciali, gli attori Alessandro Berti, Savì Manna e Francesco Maruccia hanno toccato le corde del pubblico usando solo voci, corpi, due chitarre e un violino.

La rappresentazione ha permesso a ragazzi, agenti, professori, educatori, a Giuseppe Chiodo, direttore dell’istituto penale e Raffaele Cristofaro, comandante, di affrontare temi complessi come il delitto, la giustizia riparativa, il tradimento e il perdono.
L’impatto emotivo dell’esperienza sul palco è emerso dalle parole dei giovani detenuti preparati alla lettura da Giovanni Ribuoli, professore del Cpia 3 (Centro provinciale per l’istruzione degli adulti), “Mi sono ritrovato in quello che dicevano, parlavano di me e lo facevano bene”, ha commentato a caldo R. a fine spettacolo, visibilmente commosso. Gli fa eco il compagno S., che ha sottolineato a suo modo il potere unificante della recitazione: “Siamo tanti e diversi, ma le storie possono avvicinarci e oggi, tutti insieme, eravamo proprio un bel gruppo unito2.
Un valore, quello dell’esperienza teatrale, confermato anche da E. una ragazza che, stimolata al confronto da Daniela Corbo, storica e appassionata educatrice dell’istituto, ha raccontato ai suoi compagni come un’esperienza di teatro maturata in un altro istituto penale: “mi ha aiutato a conoscermi bene ed a capirmi meglio con le mie compagne di cella, nella recita facevamo le funambole”.
L’evento, attraverso la straordinaria potenza di Joseph & Bros, ha centrato pienamente l’obiettivo perseguito da anni dalla Facoltà di Lettere della Sapienza e dal PUP (Polo Universitario Penitenziario) a Casal del Marmo, con le diverse attività proposte: dimostrare che la cultura e l’esperienza teatrale possono gettare ponti solidissimi tra la realtà accademica e i luoghi di reclusione, restituendo a chi è dietro le sbarre l’orizzonte e curando fratellanze ferite, che nel riconoscimento dell’altro combattono la violenza.