Roma, 16 ottobre 1943, all’alba di 83 anni fa

Roma, Targa stradale (Wikipedia Commons)
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Un quarto d’ora dopo le 5 di mattina del 16 ottobre 1943 inizia l’operazione che la storia ricorderà come il rastrellamento del Ghetto di Roma. Circondata da agenti della Gestapo e da uomini delle SS, la zona viene isolata e chiusa qualunque uscita. Circa 400 uomini delle forze di occupazione naziste, con la collaborazione dei fascisti, salgono le scale delle case, bussano a ogni porta, consegnando alle famiglie un biglietto con le istruzioni: 20 minuti per preparare i pochi indumenti che possono portare con sé, cibo per otto giorni, denaro e oggetti di valore. Scendere e farsi trovare pronti sul portone.

Tanti i portieri dei palazzi che cercano di aiutare, sviare, proteggere. Donne non ebree prendono in braccio neonati fingendo che siano i loro. C’è chi riesce ad allontanarsi dal quartiere cercando rifugio altrove ma anche chi invece quella notte si è fermato a dormire dai parenti in Piazza (così gli ebrei chiamano quel che per gli altri è il Ghetto) e viene portato via. I rastrellati sono obbligati a salire sui camion militari e passano due giorni ammassati nel stanze del Collegio militare di via della Lungara. Dei 1259 trattenuti, di cui 689 donne, 365 uomini e 207 bambini, ne vengono rilasciati poco meno di 250, perché stranieri o perché appartenenti a ‘famiglie miste’.

A proposito di ‘famiglie miste’, nella prefazione a 16 ottobre 1943 (il libro di Giacomo Debenedetti che Natalia Ginzburg su La Stampa definì “breve e splendido”), Moravia scrive: “Nel 1938, l’assurdità, sempre presente sotto le dittature, entrò decisamente nella mia vita con le cosiddette leggi per la difesa della razza. Mio padre era ebreo, mia madre che si chiamava de Marsanich, non lo era, noialtri figli eravamo battezzati. L’assurdità prese dunque il nome di ‘discriminazione’. Eravamo, come figli di padre ‘giudeo’ e di madre ‘ariana’ e inoltre battezzati: ‘discriminati’; ossia, assolti, in certo qual modo, per insufficienza di prove, dal delitto di lesa razza commesso nascendo”.

Sono 1023 le persone che il 18 ottobre partono dalla Stazione Tiburtina, destinazione Auschwitz-Birkenau. Solo 16 ritorneranno, 15 uomini e una donna: Settimia Spizzichino. Nata a Roma il 15 aprile 1921, Settimia abita in via della Reginella, proprio nel Ghetto, e il 16 ottobre, prima di essere deportata assieme ai suoi familiari (fra i quali una nipotina di 18 mesi), riesce a mettere in salvo la sorella Gentile e i suoi tre figli. Spende il resto della sua vita a testimoniare, nelle scuole, durante i viaggi ad Auschwitz e ovunque sia possibile: “Sono tornata per ricordare” la missione che la impegna fino all’ultimo suo giorno, il 3 luglio 2000.

A Roma, oltre ad alcuni istituti scolastici, la città le dedica un ponte, inaugurato nel giugno del 2012.