Il bianco e nero di ‘Giudecca’ alla Festa del Cinema di Roma
21 Ottobre 2026
Il cinema contemporaneo punta i riflettori sul carcere. Alla 21^ edizione della Festa del Cinema di Roma la regista Maria Tilli porta sul grande schermo Giudecca, il film ambientato nell’omonimo istituto penitenziario femminile di Venezia. Un intreccio di arte, cinema e vita detentiva.
Nato da un’idea della produttrice Francesca Mezzano, nell’ambito di un protocollo con il ministero della Giustizia, il lungometraggio segue le detenute durante un laboratorio artistico svolto da Sten e Lex, street artist di fama internazionale. Tramite la tecnica dello stencil, le recluse realizzano degli autoritratti partendo da una foto che viene incisa e poi distrutta. Strappando le matrici di carta, dal contrasto tra bianchi e neri, riaffiorano i volti. Giudecca inizia proprio dalle foto. “Da quei volti ho scelto di guardare il carcere – dichiara Tilli -. Mentre i ritratti prendono forma, il carcere arretra e loro vengono avanti. È forse questo che ho cercato di filmare: ciò che di una persona resiste all’immagine che abbiamo già costruito di lei”.

Cuore del documentario sono le voci e le storie di quattro donne recluse che, all’interno dell’ex monastero veneziano, davanti a una macchina da presa, si raccontano e tornano a essere madri, figlie e mogli.
Jenni, nata nei quartieri popolari del Brasile e costretta a vivere sotto il controllo dispotico del padre, racconta un’infanzia di violenza e abusi. Il padre le ha tatuato sul braccio tre segni sacri: anarchia, mafia e famiglia. “Ci ha marchiato sulla pelle” dice, riferendosi anche alla sorella. Nel ricordare gli abusi subiti dai 9 ai 12 anni, torna alla notte in cui ha tagliato la mano al padre: “Non so dove ho preso la forza, adesso ha una mano finta, di plastica”. Davanti alla telecamera confida di sentirsi stretta in un angolo: “Quando la cella si chiude, mi immagino in un quadrato e penso a tutto quello che ho subito”.
Rachida, vittima di un matrimonio combinato, si ribella a un marito violento ritrovandosi sola con cinque figli. “A 14 anni non sapevo ancora il significato della parola matrimonio – dichiara -. Sono rimasta incinta molto presto, il mio ex marito mi obbligava a indossare il foulard sul capo e abiti lunghi. Tante ragazze dicono di provare paura la prima notte dopo l’arresto, io l’ho provata con il mio ex. Il carcere vero l’ho fatto durante il matrimonio”. Attualmente sta scontando una pena per traffico di droga, il figlio è in prigione per lo stesso reato. La regista cattura l’emozionante momento del colloquio: si prepara per essere impeccabile, vuole dimostrarsi forte e determinata, torna a essere madre anche tra le quattro mura del penitenziario.
Patrizia, ancora oggi cerca di ricostruire ciò che accadde la notte in cui fu arrestata. “Mi identifico in un vaso di cristallo – rivela -. Già in passato è stato distrutto e ho cercato di recuperare i pezzi migliori. Vorrei rimettere in piedi la persona che ero, con le migliorie apportate dal tempo”.
Giulia ha scontato la sua lunga pena e guarda al passato con uno sguardo nuovo: “È stata dura accettare di dover passare tanto tempo in carcere”. La sua salvezza? L’ex direttrice del penitenziario. “Mi ha ridotta in cenere – ricorda -, mi ha tolto quel poco che avevo e ho finalmente capito che dovevo chiedere aiuto”.

La scelta del bianco e nero non è casuale: visivamente Giudecca attraversa il contrasto tra il paesaggio lagunare e il cemento del penitenziario, con i canali dell’isolotto che si alternano alle celle. Tipicamente noir, il gioco di luci permette di focalizzarsi sui volti e sulle espressioni. E la regista spiega il perché: “Intorno a loro il carcere rimane grande, geometrico, quasi immobile. La luce invece entra dappertutto. Non è una promessa di libertà: è qualcosa che può entrare e uscire liberamente, mentre i corpi rimangono dentro. Venezia è appena oltre quelle finestre, a pochi metri, ma irraggiungibile”.

Oggi Jenni è una donna libera e ha capito quali regole seguire: non quelle del padre ma le sue. Giulia è in misura alternativa alla pena e ha compreso che la sua rabbia in carcere derivava dal fatto che “ti dimentichi che fuori esiste un mondo e spesso quel mondo si dimentica di te”.
Le incontriamo all’Auditorium Parco della Musica, sono entusiaste e felici: il loro film avrà finalmente un pubblico.
“Questa esperienza mi ha aiutato ad accettare tutto quello che ho vissuto e ad andare avanti” dice Jenni. “È anche grazie a loro se adesso sono libera – aggiunge -. Anzi, è stata proprio una liberazione. Ora spero che la generazione dei giovani possa riflettere e magari evitare gli errori che io ho commesso. Vorrei che vedessero a cosa vanno incontro”.
“Mi auguro che questo film possa annullare il pregiudizio su chi sbaglia – confida Giulia -. Magari, alle volte, non si ha altra scelta”.
Per la produttrice Francesca Mezzano “le storie di queste donne mi hanno colpito particolarmente. È stata un’esperienza commovente che mi ha lasciato tanto. E il film è il modo migliore per mettere in luce un argomento che spesso è un tabù”.