Sanità e carceri: in diminuzione il numero dei detenuti positivi all’Hiv
3 Ottobre 2019
I numeri lo confermano, non è l’Aids l’infezione più diffusa nella popolazione carceraria: in percentuale, i casi di detenuti Hiv-positivi sono scesi dall’8,1 del 2003 all’1,9 attuale. L’inversione di tendenza, piuttosto netta, è emersa dal XX Congresso nazionale della Società italiana di medicina e sanità penitenziaria (Simspe) iniziato oggi a Milano. “Questi dati – spiega Sergio Babudieri, direttore scientifico dell’ente e presidente del Congresso – indicano chiaramente che, nonostante i comportamenti a rischio come lo scambio delle siringhe e i tatuaggi non siano diminuiti, la circolazione di Hiv non avviene più perché assente dal sangue dei positivi in terapia antivirale”. La chiave di lettura risulta quindi la cura in funzione di prevenzione, in quanto l’assunzione di farmaci antiretrovirali nei soggetti consapevoli ha di fatto ridotto la trasmissione del virus.
Nel frattempo il livello di attenzione si è alzato nei confronti di altri agenti patogeni presenti nelle carceri in percentuali più consistenti rispetto alla media generale della popolazione: l’infezione più frequente tra i detenuti è ora l’epatite C, mentre la prevenzione riguarda anche chi è portatore sano di tubercolosi. Peraltro, con particolare riferimento ai casi di epatite, l’analisi di Babudieri evoca un andamento ugualmente favorevole: “Il dato che sta emergendo dai nostri studi è che, tra tutti i detenuti Hcv-positivi, solo poco più del 50% è realmente viremico e quindi da sottoporre a terapie, rispetto al 70-80% atteso. Per molti di questi, già guariti, è anche ipotizzabile che abbiano sconfitto il virus in maniera spontanea”.
Quanto al rischio di contagio per tubercolosi, a fronte di un dato nella popolazione generale pari all’1-2% per portatori latenti – ossia non malati – il direttore della Simspe fornisce anche un dato sociologico: “Nelle strutture penitenziarie la quota sale tra il 25 e il 30%, che aumenta oltre il 50% se si considera solo la popolazione straniera. In ogni caso stiamo parlando non di malattia attiva, ma solo di contatti con il patogeno: un detenuto su due risulta essere tubercolino positivo e questo sottintende una maggiore circolazione del bacillo tubercolare in questo ambito”.