Il boom del rugby oltre le sbarre: a Bologna il derby Dozza-Drola
1 Novembre 2019La Drola, in dialetto piemontese “strana” o “buffa”, è nata al “Lorusso-Cutugno” di Torino nel 2011 ed è stata la prima squadra di detenuti ammessa a partecipare a un campionato della Federugby, quello di serie C. La Dozza è seguita tre anni dopo, tra le mura della casa circondariale di Bologna. Il filo rosso è costituito dalla passione di Pietro Buffa, prima direttore dell’istituto di Torino e quindi Provveditore Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria in Emilia Romagna, con la complicità dell’allora presidente federale Giancarlo Dondi.
Il resto lo ha fatto la magia del rugby, lo sport scaturito da un atto di ribellione compiuto nel 1823 sul campo di football dell’omonima scuola inglese: durante una partita di calcio lo studente William Webb Ellis prese in mano la palla (azione allora consentita) e – contro le regole dell’epoca – andò correndo verso la porta avversaria. La prima azione di quello che ancora oggi si chiama in inglese Rugby Football, il “calcio giocato alla maniera del College di Rugby”. Ne uscì un gioco fatto di apparenti contraddizioni: una palla bislunga – in origine una vescica di maiale gonfiata – che rimbalza dove vuole, una regola che impedisce di avanzare alla mano se non passando la palla indietro. Un gioco che si basa sulla conquista del territorio avversario da parte dell’intera squadra, restando sempre dietro la linea del possesso del pallone, e dove il primo comandamento è la parola “sostegno”. Una disciplina che, a sorpresa, ha riscosso tanto successo in un contesto difficile come quello carcerario che si immagina ricco di solitudini e poca voglia di fare gruppo.

La Drola e la Dozza si sono già incontrate due volte e in entrambe le occasioni ha vinto il XV bolognese: 18-14 in casa nel novembre 2016, poi 28-15 a Torino, restituendo la visita nel maggio 2018. Ora, come richiedono le solide tradizioni anglosassoni, le due squadre hanno programmato una “serie” di match chiedendo di dare periodica continuità a questi confronti: e la prossima partita è in programma a Bologna il 28 novembre.
Il rugby è un po’ il fiore all’occhiello della pratica agonistica dei detenuti, addirittura precursore del progetto “Sport in carcere” nato nel 2013 dalla collaborazione tra il Ministero della Giustizia e il CONI: tanto che un po’ in tutta Italia l’ovale è diventato uno degli strumenti di recupero più praticati e nel 2015 il giornalista Antonio Falda ha raccontato quell’esperianza in un libro, “Per la libertà – Il Rugby oltre le sbarre”, scritto per dare voce ai tanti che hanno contribuito all’iniziativa.
Il padre della Drola è Walter Rista, ex azzurro, appassionato di rugby a tuttotondo, ora presidente del sodalizio torinese: “Nel corso di questi 8 anni sono passati da noi circa 150 giocatori e di questi la metà non è più tornata in carcere dopo essere uscita”, rivela orgoglioso. E aggiunge: “Da liberi, una trentina di ragazzi giocano ancora in Italia, due sono andati a giocare in Spagna. Il rugby è un gioco di contatto anche duro, ma attento al rispetto delle regole. Questo vale tanto in regime di detenzione quanto fuori dal carcere e costituisce una perfetta valvola di sfogo: viene confermata la teoria di Jonah Lomu, già ala degli All Blacks e considerato uno dei più grandi di ogni epoca, il quale affermava che se non avesse giocato a rugby sarebbe certamente finito in galera”.
Il gruppo attuale della Drola è composto da circa 30 giocatori, e c’è un solo italiano: “Un limpido esempio di integrazione interculturale – afferma Rista – Si tratta di detenuti a bassa pericolosità: sarebbe impossibile conciliare gli allenamenti, ad esempio, con il regime del 41 bis. E per motivi etici non includiamo i ‘sex offender’: per quanto garantisti, i valori del rugby sarebbero incompatibili”.