A 26 anni dall’omicidio
di Beppe Alfano
8 Gennaio 2019
Era un cronista scomodo, le sue denunce colpivano nel segno. La sera dell’8 gennaio 1993, nella sua Barcellona Pozzo di Gotto (ME), Beppe Alfano veniva ucciso dalla mafia, messa in difficoltà dal lavoro di un insegnante di educazione tecnica con la passione per il giornalismo che non aveva paura di fare luce sul malaffare che per anni favorì i destini di uomini d’onore, politici, amministratori locali ed esponenti della massoneria.
Un desiderio di verità messo a tacere, brutalmente, da tre proiettili calibro 22 che colpirono il corrispondente del quotidiano “La Sicilia” mentre si trovava in via Marconi, a poche centinaia di metri da casa, alla guida della sua Renault 9 amaranto. Alfano raccontò la guerra tra cosche nel Messinese, le frodi sui fondi europei legati alla produzione di agrumi, il “dietro le quinte” dei maxi appalti per i lavori pubblici, gli abusi, le inadempienze e gli sprechi della pubblica amministrazione.
Dopo la morte è iniziato un lungo processo che ha assicurato alla giustizia il boss Giuseppe Gullotti, accusato di aver organizzato materialmente l’omicidio. Resta, però, un alone di mistero sulle cause che spinsero Cosa nostra a volerne la morte. Ed è su questo che occorre fare luce, per comprendere fino in fondo le ragioni di un assassinio che ha privato la Sicilia di un giornalista scrupoloso, attento, affamato di verità. Senza paura, senza guardare in faccia nessuno. Proprio le caratteristiche di Beppe Alfano, uomo libero.