La rinascita di Serghei, dopo il carcere ecco la Serie A del rugby
12 Ottobre 2020Serghei Vitali da un anno è un giocatore del Rugby Colorno, ‘top-12’, la serie A del rugby. Da “terza linea” – una colonna della mischia – ha fatto la differenza nello scorso campionato ‘cadetti’, quello delle riserve, e ora è stato promosso in prima squadra, in attesa del debutto post lockdwon in un torneo che comincerà tra poche settimane.
Nulla di speciale, sembrerebbe: salvo che Serghei ha passato in carcere più di 16 anni, quasi metà della sua esistenza.
Moldavo di Falesti, ai confini con la Romania, l’avventura italiana di Serghei comincia nel 2000 e non bene: “Ero finito in un giro di recupero crediti e sono rimasto coinvolto in una brutta vicenda”, ricorda ora come se raccontasse di un’altra vita. Poi fa la spola tra i tribunali e gli istituti penitenziari, finché nel 2015 non arriva a Torino.
Uno dei fiori all’occhiello del “Lorusso e Cutugno” è La Drola, la squadra di rugby formata da detenuti che ha fatto la storia dello sport in carcere: “Li ho visti giocare la prima volta e ho pensato che erano pazzi, una cosa senza senso”. Serghei, che da giovane praticava kick boxing e thai boxe, discipline basate sulla pura aggressività “con la cancellazione dell’avversario come obiettivo”, non può pensare che anche quello sia sport.
Ma l’ambiente della Drola è coinvolgente e lì a Torino sente per la prima volta parlare di “sostegno”, l’essenza del mondo ovale: “Non ho mai avuto una famiglia, ero abituato dalla vita a combattere solo per me stesso. Ho capito per la prima volta cosa significavano l’amicizia e il sacrificio, il piacere di lottare anche per gli altri, i miei compagni.”
Lui sta cambiando e la squadra diventa la sua famiglia: “E poi il rispetto per le regole, quelle che non ho mai voluto accettare. E la lealtà verso gli avversari, sapendo che si affrontano sul campo uomini con i quali ti troverai poi a mangiare alla stessa tavola, condividendo il ‘terzo tempo’. Un’esperienza nuova”.

Quasi 150 partite con La Drola, fino a quando Serghei paga totalmente i conti con la giustizia italiana. E’ uscito qualche mese fa, un uomo maturo di 36 anni deciso a rifarsi una vita: “Il primo aiuto l’ho avuto dall’Associazione San Cristoforo di Parma, dove mi ha accolto don Umberto Cocconi”. Poi anche la nuova passione sportiva fa la sua parte: a dargli una mano il consigliere federale Stefano Cantoni, presidente di ‘Sostegno Ovale’. “Sono arrivato a Colorno, una squadra importante: mi hanno accolto come uno di loro”.
Di mezzo ci si è messo il Covid, durante il lockdown Serghei si mette a disposizione delle associazioni di volontariato che lavorano in contatto con il club emiliano: “E’ sempre stato il primo a rispondere alla chiamata, non ha saltato mai un turno, disponibilità assoluta”, dicono di lui a Colorno. Oltre al servizio per la comunità, mette la sua esperienza di vita a disposizione della società biancorossa: oltre agli allenamenti in prima squadra si dedica come aiuto-allenatore alla formazione dei piccoli “under 14”.
Ora la vita di Serghei può cambiare. C’è ancora da regolarizzare la situazione amministrativa con il Paese di origine, visto che durante la detenzione tutti i documenti sono scaduti: e poi il desiderio di diventare cittadino romeno e, come tale, comunitario. Una carta in più per realizzare il sogno di giocare in un campionato vero, di un lavoro, di una famiglia. Normali aspirazioni di un uomo normale.