Carenze, allarmi e buone pratiche dai distretti
26 Gennaio 2019
Oggi si è celebrata l’inaugurazione dell’anno giudiziario in tutti i distretti di Corte d’appello d’Italia. Ecco alcuni dei passaggi più significativi dei principali centri della giustizia italiana.
Per Margherita Cassano, presidente della Corte d’appello di Firenze, la riforma della prescrizione del Governo Conte, “può dare effetti opposti”. “Contrariamente ad un’opinione diffusa – dice la Cassano – la percentuale più alta di prescrizioni matura nella fase delle indagini preliminari. Ciò non dipende dallo scarso impegno dei magistrati requirenti e giudicanti addetti a tale fase, ma dalla mancata razionale riforma, a circa novanta anni dalla sua entrata in vigore, del codice penale e dalla mancata revisione delle leggi speciali per adeguare le previsioni di reato alla mutata sensibilità sociale e contenere il numero dei reati”. L’effetto paradossale potrebbe “indurre una minore attenzione dei pubblici ministeri in ordine ai presupposti per il rinvio a giudizio, provocare la conseguente saturazione dei Tribunali con processi non adeguatamente istruiti, un allungamento dei tempi di definizione in primo grado e determinare un minore impegno dei magistrati nella celere definizione dei processi in appello e in Cassazione”.
Da Milano, il pg Roberto Alfonso, richiamando il recente caso di cronaca che ha riguardato il giovane avvocato, Antonio Montinaro, lamenta scarsa “attenzione finora posta dal Ministero sulle criticità segnalate” e la “grave situazione” per quanto riguarda gli organici, chiedendo “soluzioni adeguate, idonee a reperire le risorse necessarie”. Prosegue Alfonso: “E’ indispensabile che il Ministero supporti adeguatamente gli uffici giudiziari riservando a essi l’attenzione che meritano, necessaria per conseguire i risultati utili a rendere il Paese più competitivo”. Mentre il presidente della corte d’Appello meneghina, Marina Tavassi, tiene a sfatare il luogo dell’inefficienza e dei tempi lunghi della giustizia italiana: “Quantomeno per il Distretto di Milano l’immagine negativa che si è soliti offrire della giustizia in Italia non ha ragione di essere”. E snocciola, ad esempio, le 1.038 convalide di espatrio che indicano anche l’incidenza dei fenomeni migratori sulla giustizia.
A Roma il pg Giovanni Salvi parla di una capitale più sicura, sottolineando “una drastica riduzione degli omicidi volontari”, appena dieci. Ciò “ha portato Roma a livelli davvero inimmaginabili qualche anno addietro e che hanno pochi paragoni nelle grandi città del mondo intero”. Da menzionare, poi, l’impegno sulle indagini più complesse: “La procura di Roma – ha spiegato Salvi – ha profuso molti sforzi nel tentativo di assicurare alla giustizia i torturatori e assassini di Giulio Regeni. Essi hanno sin qui ottenuto, quanto meno, che non si accettassero verità di comodo. Con la stessa determinazione – ha aggiunto – la procura di Roma ha investigato sulla morte di Stefano Cucchi, avvalendosi dell’opera di alta qualità professionale della Polizia di Stato. Anche la Procura Generale ha contribuito a questo impegno, nei giudizi di appello e ricorrendo in Cassazione ove la decisione appariva non soddisfacente ai fini del complessivo accertamento della verità. Su questa strada si andrà avanti in ogni grado di giudizio. Per il presidente della Corte d’appello capitolina, Luciano Panzani, la crisi della giustizia è data solo dalla carenza di personale e mezzi, e quindi è da valutare “positivamente il rinnovato impegno del Governo nei confronti della giustizia”. Per il procuratore capo della Capitale, il principale problema è rappresentato dalla corruzione: “Credo che il nostro sforzo debba essere sulla cifra fondamentale di Roma, la complessità. La Procura ha 16 gruppi di lavoro e nessuno può essere lasciato in favore di altri. Il nostro sforzo è stato quello di far fronte a questa complessità. Secondo me, continuo a dirlo, il problema principale di Roma è la corruzione. I clan erano ben noti a tutti, secondo me sono importanti le sentenze perché offrono degli strumenti di contrasto a forme di estrema pericolosità, che se esaminate in modo parcellizzato non consentono di cogliere la pericolosità del fenomeno e di adottate strumenti di contrasto adeguati”.
A Palermo, l’inaugurazione dell’anno giudiziario arriva all’indomani di importanti operazioni di polizia che hanno nuovamente soffocato ogni tentativo di ricostituzione della vecchia cupola di Cosa nostra. Matteo Frasca, presidente della Corte d’appello del capoluogo siciliano, tende a escludere interferenze “del noto latitante Messina Denaro nelle dinamiche associative dei mandamenti palermitani” che si sono messi alle spalle la vecchia diatriba fra ‘corleonesi’ e ‘perdenti’ che ha prodotto migliaia di morti negli anni ’80: “Anche nelle più recenti indagini non vi è traccia di ideazione, anche generica, di fatti di sangue o, in ogni caso, di violenza da una parte o dall’altra”. Ma Cosa nostra non rinuncia a voler inquinare la vita pubblica italiana: “Non risultano casi di candidati proposti o imposti direttamente dall’associazione – spiega Frasca – neanche in sede locale, bensì ipotesi di corruzione elettorale aggravata e di scambio politico mafioso”.
A Caltanissetta la richiesta di rinforzare gli organici perché “i processi che qui si celebrano, non hanno uguali anche per il loro valore altamente simbolico. La strage di Capaci e la strage di via D’Amelio, per citarne solo alcuni, richiederebbero l’apporto di ben altro e numeroso organico di magistrati e personale amministrativo. Non perché questa attenzione sia dovuta alle nostre persone, ma come segno di rispetto per i morti. Perché è in queste aule che si sono celebrati e si celebrano ancora i più gravi processi per le stragi di mafia che hanno sconvolto il nostro Paese” come afferma il pg Lia Sava. Mentre si lancia l’allarme sul palazzo di Giustizia, ventilando la possibilità che ci si ritrovi, anche qui, con le tende per celebrare i processi.
A Napoli, il presidente della Corte d’appello, Giuseppe de Carolis, auspica che il ministero “provveda al più presto allo scorrimento della graduatoria e a nuove assunzioni” sottolineando la sofferenza degli uffici che non sono “in grado di smaltire in tempi ragionevoli l’enorme mole di processi che arrivano. La conseguenza – continua – è la vanificazione del lavoro svolto perché, una volta emessa la sentenza, il fascicolo poi si accumula negli armadi”. E lancia un allarme: “Il dibattito rischia di essere fuorviato dalla massiccia diffusione dei social network, che ricordano in qualche modo le folle in tumulto di manzoniana memoria e tendono a polarizzare le opinioni, secondo una logica di tifoseria che nuoce alla serenità di giudizio, generando attacchi violenti contro i giudici sui social”.
A far eco alle parole di de Carolis, il vicepresidente del Csm, David Ermini, che da Ancona ricorda che il “rischio di certe reazioni, specie se alimentate a livello istituzionale, è quello di sottoporre a indebite pressioni il lavoro della magistratura, ingenerando l’idea che il diritto andrebbe interpretato alla luce di un supposto comune sentimento del popolo”. “Credo che tutti noi si debba ritrovare parole e comportamenti più misurati e sobri” ha concluso.
A Torino, si snocciolano i ‘costi’ della prescrizione: “Questo è il vero scandalo della giustizia italiana, questo è il vero oltraggio alla Costituzione” ha detto il presidente della Corte d’appello di Torino, Edoardo Barelli Innocenti. “Il costo economico dei circa 130.000 procedimenti che ogni anno sono conclusi con la declaratoria di estinzione del reato per intervenuta prescrizione – ha aggiunto – è enorme, non sopportabile da una società che si dica civile. Noi giudici d’appello chiediamo di essere messi nelle condizioni di lavorare serenamente, senza l’assillo dell’arretrato e della prescrizione, perché il nostro è un lavoro delicato che impone serie riflessioni”.
A Venezia l’allarme è rappresentato dalle carenze di organico. “Nelle procure venete vanno dal 20 al 70%, con sporadiche punte persino superiori” afferma il procuratore generale presso la Corte d’appello di Venezia, Antonio Mura. Mentre, grande rilevo sociale assumono i dati sulle incombenze: “Su base distrettuale, a fronte del numero sostanzialmente stabile dei reati in materia di stupefacenti (+1,58%), gli aumenti più consistenti in termini percentuali si sono registrati nelle notizie di reato in tema di criminalità organizzata (+32%), nei reati tributari (+31,69%), nei reati economici (comprensivi di falso in bilancio e bancarotte: +26,92%), nei reati informatici (+22,66%)”.
A Genova inaugurazione segnata dalla tragedia del crollo del ponte Morandi. Il pg Valeria Fazio non ha dubbi: “ha disvelato, in modo clamoroso, la fragilità della nostra modernità, la vulnerabilità della città, l’inefficienza dei sistemi di gestione e controllo, pubblici e privati”. “I magistrati incaricati delle indagini preliminari e del loro coordinamento stanno lavorando molto bene e senza sosta, attenti a garantire l’acquisizione delle prove necessarie senza causare contraccolpi negativi sui tempi degli interventi necessari per la demolizione – continua la Fazio – una indagine di tale portata ha bisogno di risorse: il ministero della Giustizia (grazie all’iniziativa della dottoressa Barbara Fabbrini, Capo del Dipartimento dell’Organizzazione Giudiziaria), ha provveduto con misure diverse a dotare la Procura ed il Tribunale di Genova di ulteriore personale, sia in via temporanea che definitiva; a sua volta il Comune di Genova ha preannunciato che potra’ fornire agli impiegati temporaneamente trasferiti degli aiuti concreti. Sono tutti importanti segnali di attenzione, che la magistratura ligure ha molto apprezzato”.
A Bari il convitato di pietra è rappresentato dalle famose tende issate al posto del palazzo di Giustizia. “Una vergogna istituzionale di venti anni”, così l’ha definita il presidente della Corte d’appello di Bari, Franco Cassano. Il palazzo di via Nazariantz sarebbe stato scelto venti anni fa “in modo dissennato” afferma Cassano, e mantenuto come sede del palagiustizia, “nell’assenza della politica e dell’amministrazione, che non hanno voluto decidere, anche per i veti di potenti interessi contrapposti”. Il presidente ha quindi dato atto al ministero di avere risolto il problema urgente del reperimento di una sede da adibire a palagiustizia “in soli cinque mesi”, con l’individuazione dell’ex Telecom di Poggiofranco, in cui si è già trasferita la Procura e dove traslocherà entro l’anno anche il tribunale.
A Reggio Calabria è sempre forte la pervasività della ‘ndrangheta che porta alla deformazione del sistema. Come ha spiegato il presidente della Corte d’appello di Reggio Calabria, Luciano Gerardis: “Intanto per l’inquinamento di una ‘ndrangheta tentacolare, infiltrata in tutte le categorie sociali, predominante sul mercato dell’economia. Non basta qui ripetere, per l’ennesima volta, che essa costituisce l’organizzazione più pericolosa d’Italia e forse del mondo, l’unica presente in tutti i continenti, sempre più ramificata sul territorio nazionale come ormai rivelato da fatti, operazioni e processi di tante regioni, eppure unitaria e verticistica, che trova appunto nel territorio reggino la sua origine ed il suo gruppo di comando”
“Quello che è purtroppo sempre più evidente – ha sottolineato Gerardis – è quanto essa finisca per condizionare la nostra quotidiana esistenza. Malgrado siano ridotti al lumicino i fatti di sangue, rimbombano ancora nella testa e nelle orecchie dei reggini le lugubri esplosioni notturne con cui si danneggiano esercizi commerciali ed autovetture; e gli occhi e i cuori continuano ad essere feriti dai bagliori di inquietanti incendi. Sempre più nefaste risultano poi le influenze sul piano economico, sociale e culturale”.