Protocollo reinserimento
detenuti in Toscana

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Regione Toscana, Agenzia regionale per l’impiego (ARTI) e Provveditorato per la Toscana e l’Umbria dell’Amministrazione penitenziaria del Ministero della Giustizia (PRAP) sono i partner del protocollo, firmato oggi a Palazzo Strozzi, per sperimentare un nuovo modello di qualificazione del lavoro dei detenuti delle carceri toscane e facilitarne il reinserimento sociale.
L’accordo prevede “l’individuazione, la validazione e la certificazione delle competenze formali, non formali e informali dei detenuti” e schiude il campo a opportunità occupazionali ulteriori rispetto a quelle dei corsi di formazione , in quanto punta a valorizzare le competenze lavorative già esistenti nella popolazione carceraria.

“L’obiettivo – spiega Antonio Fullone, Provveditore dell’Amministrazione penitenziaria, firmatario dell’accordo con l’assessore Cristina Grieco per la Regione e con la direttrice Simonetta Cannoni per ARTI – è quello di far sì e una serie di professionalità già presenti venga valorizzata nella logica delle linee guida del Ministero della Giustizia di potenziare il lavoro come elemento del trattamento penitenziario. All’interno di tutti gli istituti c’è la realtà del lavoro domestico alle dipendenze dell’Amministrazione, che però spesso non viene riconosciuto quando il lavoratore viene restituito alla libertà perché non è qualificante. Il progetto è quello di intervenire per sanare questa informalità e dare piena dignità all’attività lavorativa svolta durante l’esecuzione della pena”.

Il percorso prevede che gli istituti penitenziari segnalino ad ARTI, attraverso i Centri per l’impiego, i detenuti da prendere in carico ai quali l’Agenzia dovrà erogare il servizio per l’individuazione e la validazione delle competenze e rilasciare i relativi attestati, La Regione s’impegna invece a realizzare, se richiesto, il procedimento di certificazione delle competenze.
I referenti degli Istituti penitenziari, di Arti e della Regione costituiranno lo “staff di progetto” per individuare modalità operative, tempi di attuazione, il target dei detenuti da coinvolgere e per monitorare le attività programmate.

Nella prima fase l’accordo riguarderà una platea più ristretta di detenuti, un massimo di venti tra quelli presenti nelle case circondariali di Sollicciano e Mario Gozzini. In seguito, sulla base della valutazione dell’efficacia delle attività realizzate, il modello potrà essere esteso ad altri istituti del territorio. “In pratica – conclude Fullone – il gruppo dovrà in via prioritaria individuare i criteri perché il lavoro carcerario acquisisca una spendibilità formale in modo che il tempo trascorso in carcere assuma, in prospettiva, una redditività concreta”.