A Lodi, un anno vissuto intensamente

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Poco più di un anno fa prendevano servizio 57 nuovi direttori penitenziari e terminava, almeno per gran parte degli istituti, la stagione delle reggenze periodiche. Una stabilità che sembra aver già dato dei frutti in molte realtà anche periferiche del pianeta carcere. Ne parliamo con Annalaura Confuorto, direttrice della casa circondariale di Lodi. Campana, giovanissima, laureata in legge alla Federico II, smentisce alcuni luoghi comuni e, tra questi, quello che la carriera penitenziaria sia un ripiego per chi non può conquistare altri incarichi ritenuti più prestigiosi.

Dottoressa Confuorto, lei ha concluso brillantemente i percorsi in avvocatura e magistratura, è inoltre autrice di articoli e pubblicazioni scientifiche in giurisprudenza. Come mai ha scelto di fare la direttrice di carcere invece che l’avvocato o il magistrato?
Sono vissuta in un ambiente di giuristi e la mia materia di elezione è stato il  diritto penale. A un certo punto ho voluto approfondirne gli aspetti antropologici e sociologici. La scintilla è però scoppiata quando sono entrata nel carcere di Poggioreale in occasione di uno stage organizzato dall’Anm. Ho capito che la conoscenza del diritto andava completata con la conoscenza della persona detenuta e di aspetti che sfuggono ai processi.

Può succedere però che l’impegno continuativo e di grande responsabilità  risulti diverso da quello che si è immaginato.
So che ci sono operatori, anche tra i miei colleghi, che quando sono entrati in carcere per la prima volta hanno provato un’oppressione claustrofobica. Invece, quando si è chiuso il portone alle mie spalle, io ho sentito che quello dove mi trovavo era il mio posto, il luogo dove volevo lavorare.

A un anno di distanza dall’inizio del suo incarico, ritiene che la formazione specifica ricevuta sia stata adeguata?
Come ho detto non ero proprio nuova dell’ambiente e non ero digiuna delle criticità. La mia tesi di sperimentale in procedura penale è stata sull’esecuzione penale, un settore non frequentatissimo. Poi ho avuto grandi maestri come Ernesto Aghina, presidente del tribunale di Torre Annunziata, Luigi Pagano, Giacinto Siciliano, Giulia Russo, direttori “storici” e importanti innovatori.

A quanto si legge, anche sulla stampa locale, si può dire che la casa circondariale di Lodi ha cambiato volto da quando c’è lei al vertice: spazi nuovi per l’esercizio fisico, una sala musica, una biblioteca con Caffè letterario. È stata anche ripresa la collaborazione con il quotidiano di Lodi ‘Il Cittadino’ che offre pagine del giornale alla pubblicazione di articoli scritti da detenuti. Pensa che realizzare tutto questo sia stato più facile in un istituto piccolo?
In realtà le criticità degli istituti piccoli sono sottovalutate mentre invece spesso queste realtà hanno una complessità specifica. Quando sono arrivata non esisteva l’area educativa e i livelli di sicurezza erano sotto il minimo. Ma, soprattutto, nessuno parlava con nessuno, serpeggiavano ostilità personali. Uno degli interventi che ritengo decisivi è stato quello di costruire un’autoformazione integrata di tutte le professionalità, dalla polizia agli educatori, ai volontari, ai sanitari dell’Ast. La ricaduta sul clima generale è stata ottima, ora si respira un’aria di serena collaborazione tra tutti gli attori.

Sul versante delle offerte alla popolazione detenuta, quali sono i risultati di cui è più orgogliosa?
La creazione di una sezione di preparazione all’ingresso in comunità per tossicodipendenti, alcol dipendenti e ludopatici. Sappiamo che le tante revoche di misure comunitarie dipendono dal fatto che chi entra in queste strutture non è preparato alle regole che deve rispettare, diverse dalla vita ‘libera’ ma anche da quelle del carcere. Per questo gli ospiti della sezione che abbiamo devono firmare un patto trattamentale e sono seguiti da operatori di comunità. Sono aumentati poi i corsi di formazione  e abbiamo attivato una mappatura delle competenze dei detenuti che facilitano l’incontro con le offerte lavorative. Preciso che gli imprenditori locali possono effettuare colloqui all’interno con i detenuti che intendono assumere, in modo da verificarne motivazioni e competenze come con ogni altro candidato libero. Questo ha portato a un aumento  delle opportunità, degli affidamenti e delle misure alternative in generale.

C’è stato un cambiamento meno facile da far accettare?
Quello  di non lasciar scegliere ai detenuti  la locazione. Da noi non esistono gruppi per nazionalità o per amicizie. Sono gli operatori che, sulla base del primo colloquio, scelgono a quale stanza assegnare il detenuto che deve riuscire a inserirsi con persone diverse: anche questo è pedagogico. So che in altri istituti si lascia scegliere per il quieto vivere, ma io penso che per noi che siamo un’istituzione rieducante, deve esistere la scelta giusta, non la strada facile.

In realtà la maggior parte dei dirigenti penitenziari è costituita da donne anche se il carcere, per la componente dei detenuti e per quella della polizia penitenziaria, è ancora prevalentemente maschile. Il fatto di essere donna e molto giovane le ha creato qualche problema?
Sono cresciuta in un ambiente maschile perché il mondo penale è ancora soprattutto maschile. Combatto da sempre perché questa differenza di genere come di età non esista. Anche qui a Lodi ho avuto la conferma che sono le competenze, la personalità e la capacità di leadership che fanno sì che il personale impari a fidarsi di te e ti abbia come riferimento.  E’ in questo modo che scompaiono le differenze. Dopo una prima fase di rodaggio posso dire che i miei collaboratori mi chiamano direttore, senza accennare a differenze di alcun tipo.