A Porto Azzurro le borse artigianali realizzate dai detenuti

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Dalla collaborazione fra la Casa di reclusione di Porto Azzurro e l’azienda Dampaì nasce un percorso di produzione artigianale ad alto tasso di sperimentazione sociale: le borse fatte a mano nel laboratorio realizzato all’interno dell’istituto penitenziario.

Un progetto creativo che si fa impresa sociale, perché mette al centro le relazioni tra detenuti lavoratori e un brand di moda e design nato all’isola d’Elba nel 2011. Dallo scorso anno Dampaì ha infatti trasferito il suo magazzino all’interno della Casa di reclusione ‘Pasquale De Santis’. Da questa esperienza è maturata l’idea di aprire un vero e proprio laboratorio di produzione artigianale, con due detenuti che sono stati selezionati sia per gestire il magazzino che per realizzare i nuovi accessori moda.

Il percorso si è sviluppato velocemente, prima attraverso la formazione professionale dei due detenuti e con particolare attenzione agli aspetti gestionali e umani innescati dal processo produttivo che deve confrontarsi con le regole di un carcere. Successivamente, il frutto di questo delicato lavoro è stato la messa in commercio presso i Dampaì Stores dell’isola d’Elba e presso alcuni rivenditori in Italia di tre modelli di borse interamente confezionate all’interno del carcere: la Two e la Three, borse a mano e tracolla in gomma espansa, e la borsa in rete Lilly, trasformabile in zaino.

Inoltre, all’interno del laboratorio del carcere, si sta lavorando a una borsa in pelle completamente realizzata a mano che il cliente potrà comporre a suo piacimento, con l’aiuto di simulazioni computerizzate, personalizzando materiali e finiture. Una volta scelta la propria combinazione, il cliente invierà l’ordine e la borsa sarà realizzata appositamente per lui nel laboratorio interno al carcere. Cinque giorni per realizzare la borsa, sette giorni per recapitarla all’acquirente.

Questa filiera di produzione permetterà in qualche modo di realizzare uno scambio tra cliente e detenuto, con l’obiettivo di ridurre l’isolamento del detenuto attraverso l’abbattimento di barriere, anche psicologiche, tra il dentro e il fuori.

 

Zhang è uno dei due detenuti lavoranti nel laboratorio. Ha già scontato gran parte della sua pena e pertanto, a seguito di un contratto di lavoro, può uscire dal carcere. Sa cucire molto bene e pertanto la direzione del carcere l’ha scelto per questo lavoro; inoltre si occupa di gestire il magazzino e il rifornimento esterno agli store presenti sull’isola d’Elba. Non avendo la patente, come quasi tutti i detenuti che non hanno avuto la possibilità di rinnovare le loro licenze di guida scadute nel corso degli anni, viene solitamente accompagnato da qualcuno dell’azienda quando distribuisce le borse nei negozi. Gli hanno comprato anche una bicicletta elettrica che lui utilizza per rifornire i vari punti vendita quando nessuno può accompagnarlo in auto. “È uscito due volte in bici e due volte ha preso la febbre”, racconta Simona Giovannetti, titolare della Dampaì. “’Ma come, Zhang… Grande e grosso come sei, prendi la febbre?’, gli ha chiesto. E lui: ‘Non ero più abituato al vento’”.