A Rebibbia presentato il report sulla funzione rieducativa della pena

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A 9 anni L. non è mai andata a scuola e  borseggia turisti in metro, a 14 ha il primo di 6 figli che mantiene continuando a rubare finché non le arriva una condanna a 15 anni di carcere. Entra analfabeta e capace solo di sottrarre portafogli, oggi ha un diploma di liceo artistico, lavora nelle serre del carcere e ha dei soldi da parte.

L. è una delle tante storie raccontate nel report “La funzione rieducativa della pena tra sicurezza e trattamento – Storie di vita dal carcere” realizzato da Dipartimento della Pubblica sicurezza del Ministero dell’Interno e del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria del Ministero della Giustizia, presentato nella casa circondariale di Roma Rebibbia “ Germana Stefanelli” nel corso di un evento in cui sono intervenuti , oltre alla direttrice e al comandante dell’Istituto, il vice capo dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria Roberto Tartaglia,  il vice direttore della pubblica sicurezza Vittorio Rizzi e il direttore del Servizio analisi criminale della direzione centrale di polizia criminale Stefano Delfini.

L. oggi  dice che il carcere le ha salvato la vita. E, anche se in un mondo migliore prima che vi finisse, qualcuno avrebbe dovuto offrire a lei e alla sua famiglia un posto dove vivere, diverso di una baracca di lamiere costruita sull’argine dell’Aniene, è innegabile che oggi la sua storia, raccontata dalla psicologa che l’ha seguita per anni,  sia un  percorso di successo grazie anche all’impegno  degli operatori che l’hanno presa in carico.

Il lavoro, elaborato dal Servizio Analisi Criminale, articolazione interforze della Direzione Centrale della Polizia Criminale del Dipartimento della Pubblica Sicurezza nella quale è presente la Polizia Penitenziaria, è stato realizzato per  cercare di conoscere quello che succede  oltre l’azione di contrasto dei reati sulla quale, solitamente, è diretta l’attenzione  operativa delle Forze di polizia e che termina quando la persona che ha commesso il reato è “assicurata alla giustizia”. Il metodo utilizzato è stata l’analisi dei contributi forniti dai principali attori che operano all’interno dell’istituto penitenziario femminile di Roma Rebibbia: la direttrice, il comandante di reparto, la polizia penitenziaria, il funzionario della professionalità giuridico-pedagogica e le psicologhe.
Il documento  prosegue quanto avviato con il report Donne e Criminalità – Analisi dei reati commessi dalle donne e della detenzione femminile negli Istituti Penitenziari” pubblicato nel giugno 2021.
Dalle testimonianze delle detenute italiane e straniere, condannate per reati di diversa entità, compresi quelli associativi emerge l’importanza di un’attività lavorativa per recuperare o, in molti casi conquistare per la prima volta un’autonomia nella vita, gravata spesso da dipendenze di vario genere  (droga, relazioni con partner violenti o famiglie condizionanti).
Nell’istituto di Rebibbia  oltre il 40 % delle detenute, percentuale notevole rispetto alla media nazionale, è occupata non solo in mansioni a turnazione ma anche in attività professionalizzanti come in quella di rigenerazione di dispositivi elettronici avviata dalla  società Linkem.
“Le donne che imparano a lavorare difficilmente tornano in carcere” sottolinea il comandante Dario Pulsinelli, promotore di una ricerca sulla recidiva tramite l’Ufficio Matricola. “Abbiamo analizzato tutte le donne che sono state recluse da noi negli ultimi due anni e verificato se sono rientrate, nel nostro o in altre carceri. La recidiva è di circa il 50%,importante ma inferiore ai dati disponibili sulla media nazionale. Quello che riteniamo interessante è che non rientra quasi nessuna delle donne che hanno iniziato a lavorare in carcere e che sono riuscite anche a trovare una nuova occupazione una volta tornate in libertà”.
Un’emancipazione strettamente connessa, però,  anche alla crescita culturale,  strumento che si rivela per molte donne fondamentale per costruire un proprio sistema valoriale e sottrarsi a frequenti condizionamenti dei contesti da cui provengono.
Ne è la prova ancora la storia di L, una delle prime della comunità rom a conseguire il diploma , orgoglio dei suoi  tanti figli, tutti ben inseriti  e  a loro volta genitori di bambini che possono vivere finalmente  un’infanzia ancora  negata a molti loro coetanei.