A Rebibbia un’opera d’arte contemporanea, simbolo di rinascita
22 Dicembre 2025
Si chiama “Benu”, come la creatura mitologica dell’antico Egitto, simbolo di rigenerazione, un uccello considerato il precursore della fenice, divenuto emblema di resurrezione e vita eterna. È l’opera che arriva al termine di un progetto che ha impegnato Eugenio Tibaldi con le detenute della Casa Circondariale Germana Stefanini, l’istituto femminile del complesso penitenziario di Rebibbia.
L’evento fa parte di un’iniziativa più ampia, volta a portare l’arte contemporanea nelle carceri, grazie al sodalizio tra la Fondazione Severino e la Fondazione Pastificio Cerere, al patrocinio del Ministero della Giustizia e del Dicastero della Cultura e l’Educazione della Santa Sede, e al sostegno di Intesa Sanpaolo. L’installazione “site specific” – curata da Marcello Smarrelli – è composta da due fenici luminose, due figure speculari, ma non identiche, sostenute da aste di oltre otto metri, visibili dalle finestre delle celle e degli uffici del personale dell’istituto, ma anche dall’esterno del carcere. La possibilità di fruire dell’opera oltre il muro di cinta del penitenziario non è priva di significato: le figure inviano un messaggio alla comunità, creando un ponte tra l’interno e l’esterno del carcere. Tanto per chi è dentro, quanto per chi è fuori, si propone un modello mitologico con cui identificarsi, in una prospettiva di trasformazione e di crescita. “Mi è sembrato di tornare a un tempo in cui all’artista si chiedeva di rappresentare una comunità. Le fenici ci dicono che siamo un’unica società, anche se con un muro in mezzo: loro si innalzano oltre il muro per invitarci al dialogo”, spiega Tibaldi, rispondendo a Livia Montagnoli, per un articolo di Artribune del 10 dicembre 2025.
L’opera è stata inaugurata dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, accolto dalla direttrice del carcere, Nadia Fontana.
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La collocazione strategica dell’installazione non risiede solo nel suo essere accessibile dall’esterno. La visibilità dell’opera è collegata all’esperienza quotidiana della vita in carcere, perché le fenici si illuminano attraverso accumulatori di energia collegati alle cyclette usate dalle detenute, che sono state poste nelle aree comuni dell’istituto dopo gli incontri preliminari alla realizzazione del lavoro. Grazie alle scelte fatte per l’elaborazione del progetto, “l’opera d’arte torna ad essere materia viva, che pulsa in uno spazio abitato da chi ha contribuito a realizzarla, attraverso la manifestazione dei propri desideri e necessità”, dichiara il curatore dell’installazione alla giornalista.
Il progetto legato a “Benu” è partito nel settembre 2024, con gli appuntamenti preparatori con gli operatori penitenziari, e la definizione del percorso. La fase successiva è stata caratterizzata da una serie di laboratori con le donne recluse, ponendo come punto di partenza delle attività il disegno, linguaggio universale, capace di oltrepassare barriere e superare confini. “Attraverso l’ausilio del disegno, le detenute hanno potuto raccontarsi, mettendo a nudo i loro pregi e difetti, che sono diventati altrettanti attributi di queste fenici immaginarie”, chiarisce Smarrelli.
Attraverso un processo creativo partecipato l’artista ha voluto dotare di significati stratificati un simbolo comune di rinascita. “La scelta di provare a immaginare, insieme a tutte loro, delle nuove fenici ha portato a elaborati intensi, che ora, con un ulteriore lavoro in studio, sto cercando di sintetizzare, per creare delle immagini finali, che siano allo stesso tempo personali e comuni a tutti noi”, dichiarava l’artista piemontese, qualche mese fa, come riportato ancora da Montagnoli.

Da parte delle detenute di Rebibbia vi è stata una grande adesione all’iniziativa. “Si era pensato di coinvolgere solo dieci di loro, ma ho voluto parlare a tutte del progetto: si sono presentate in sessanta ad ascoltare, il giorno dopo le iscritte erano un centinaio”, racconta ancora Tibaldi alla giornalista.
Le fenici condensano i motivi ricorrenti nei dialoghi con le detenute: il desiderio di libertà, il potere del cambiamento, la possibilità di riscatto. “Abbiamo avuto un nuovo punto di inizio, abbiamo capito il nostro passato e quello che potrà essere il nostro futuro”, sintetizza una delle partecipanti al lavoro.
La Direzione della Casa Circondariale Femminile di Rebibbia e gli operatori responsabili delle attività trattamentali si dichiarano molto soddisfatti del lavoro. Come sottolineano a Livia Montagnoli, “qui ci sono persone che vivono e che stanno lottando per avere una nuova vita”.