A Regina Coeli sulla “Strada di San Giovanni” di Calvino

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“Per mio padre le parole dovevano servire da conferma alle cose; per me erano previsioni di cose intraviste appena, non possedute, presunte”. La figura paterna riecheggia spesso ne “La Strada di San Giovanni” di Italo Calvino: una serie di “esercizi di memoria” per stessa ammissione dello scrittore, che però non riuscì a portare a termine.

Cinque racconti del ricordo, pubblicati postumi, su cui riflettono i detenuti del carcere di Regina Coeli nel corso della sesta tappa di “Libri Liberi” nei penitenziari, iniziativa promossa da fondazione De Sanctis e patrocinata dal Ministero. A commentare e recitare brani dell’opera questa mattina, all’interno dell’istituto, la scrittrice Rosella Postorino, e l’attore Francesco Montanari in videocollegamento, con i saluti introduttivi della direttrice Claudia Clementi.

Calvino racconta la vita in riviera, quella del Ponente ligure; la casa, villa Meridiana, e i terreni in altura, a San Giovanni, curati dal padre Mario. Padre che classificava tutto per lavoro, insieme alla moglie e madre di Italo, Eva Mameli. Lui agronomo, lei botanica. Una deformazione professionale la smania di definire, di “confermare le cose con le parole”, che al figlio non apparteneva.

Ad accomunarli però, dice Rosella Postorino ai detenuti in ascolto, è la passione: Mario per l’agricoltura, Italo per la letteratura. Ma è giusto che i figli somiglino ai genitori? La domanda lascia ampio spazio alle riflessioni.

“Quando ero bambino non capivo mio padre; sono riuscito a comprenderlo solo da adulto”, dice uno. Un altro ricorda uno dei primi strappi col padre, risalente all’infanzia: “mentre mi insegnava ad andare in bici, mi diceva che l’avrebbe tenuta mentre pedalavo … ma poi la lasciava”. Strappo che, dice Postorino, “produce una ferita; ma non è possibile diventare grandi senza questa frattura, e senza ‘tradire’ i propri genitori”.

Interviene un altro detenuto, che ammette di rimpiangere il tempo non avuto con il padre: “un artigiano che realizzava presepi meravigliosi. Da giovane non gli stavo dietro … poi a vent’anni non c’era già più. Ma in lui – dice indicando un altro detenuto presente all’incontro, che è pittore e artigiano – posso ritrovare quello che ho perso con mio padre”. “La ricerca di se stessi e della propria identità è possibile con un solido lavoro su di sé; a me piacerebbe studiare la psicologia e il diritto”, aggiunge un altro detenuto.

“Mio padre era molto bravo, ma ha scelto di non studiare per lavorare e dare i soldi alla propria famiglia. Il suo lavoro mi ha permesso di studiare, e io gli sono infinitamente grata”, dice Postorino, nel ricordare il padre recentemente scomparso.

 

Credit foto: Alessandra Albertini/fondazione De Sanctis