A Roma, una nuova casa di accoglienza per ex detenute

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“Giustizia e misericordia sono la stessa cosa”. È il senso che monsignor Benoni Ambarus, vescovo ausiliare di Roma, ha dato all’avvio del “cantiere pastorale” dedicato ai penitenziari, durante un incontro nella Chiesa di Nostra Signora de la Salette. “Un modo per fare di tutto perché non si vada per conto proprio”, ha aggiunto il prelato.

Si tratta di un ciclo di approfondimenti, organizzato insieme alla Caritas, per capire meglio la realtà detentiva. Il progetto si inserisce tra le iniziative per il Giubileo 2025, nel solco del gesto simbolico di papa Francesco di aprire una Porta Santa nel penitenziario di Rebibbia.

Da un cantiere vero e proprio durato due anni, sorgerà invece la nuova casa di accoglienza per ex detenute o detenute beneficiarie di misure alternative alla detenzione, ma anche in permesso premio. Aprirà a marzo e offrirà 5 appartamenti, per aiutare le donne in un percorso di ricostruzione della propria vita.

Durante l’incontro, la testimonianza di Natalia: originaria della Russia, ha scontato due anni di pena a Rebibbia e ha un passato di abbandono e dipendenze alle spalle. “Sono forse l’unica detenuta che ama il carcere”, ha detto. “Lì da te stessa non puoi scappare; ho avuto l’opportunità di comprendermi”.

Ma la ricostruzione di sé non decolla senza l’aiuto di una rete. Educatori, agenti, volontari. “Mi hanno dato una mano molte persone e in carcere mi sono avvicinata alla fede”, ha aggiunto Natalia. Poi, a fine pena, la paura di essere rimpatriata: “pensavo già all’espulsione; ero senza documenti e con precedenti, e nonostante avessi avuto un figlio in Italia, ne ho perso la potestà”. Qui è entrata in gioco l’assistenza del terzo settore: Natalia è stata accolta in una casa di accoglienza; poi, il supporto della fondazione Severino.

“Ora lavoro nel settore delle pulizie, ho un contratto, mi mantengo da sola”, ha detto con una certa fierezza. “E quando, tra poco, mio figlio compirà 18 anni, rientrerò nei miei diritti di madre”.

“Per accogliere donne con storie di vita complesse c’è bisogno di un surplus di amore e di un’iniezione di fiducia”, ha detto Ambarus commentando la testimonianza di Natalia. E aggiunto che la rete è un’opera complessa: “È necessaria la collaborazione di tutti; l’assistenza dei volontari in carcere è insufficiente senza il confronto con educatori e agenti, senza l’aiuto delle istituzioni”.