Addio a don Mazzi, il “prete di strada” sempre dalla parte dei più deboli
31 Luglio 2026
E’ morto oggi a Milano all’età di 96 anni don Antonio Mazzi, il sacerdote che ha fatto del recupero dei tossicodipendenti e del sostegno ai più fragili le ragioni della sua esistenza. Tra i più convinti assertori dei percorsi alternativi al carcere, Mazzi ha dato il là a moltissimi progetti per l’accoglienza e il reinserimento di giovani drogati “scartati” dalla società costretti a una vita ai margini della società. Veniva indicato come “prete di strada”, un titolo che non lo disturbava anzi… In più di un’occasione, a chi gli faceva notare che questa attività pastorale di recupero dei più deboli gli aveva precluso una scalata ai vertici della gerarchia ecclesiastica, lui rispondeva: “E perché? Se mi faranno vescovo, sarò comunque sempre un vescovo di strada”.
Giornalista professionista, collaboratore di diversi quotidiani, don Mazzi è stato per molti anni anche un volto noto della televisione, frequentatore del salotto di Domenica In di Mara Venier (“Oggi perdo il mio secondo padre, sei stato un ‘prete da marciapiede’ che ha donato amore a tutti” ha scritto la conduttrice sui social). E proprio in un’apparizione televisiva a La volta buona pochi giorni dopo aver compiuto 96 anni, il “prete di strada” ha spiegato il segreto della sua longevità: “Mi hanno salvato i ‘ragazzi difficili’. Li sento vicini perché lo sono stato anche io, mi riconosco in loro… Se fossi stato in mezzo ai ragazzi belli, buoni e bravi non credo che sarei arrivato a 96 anni”. Per poi aggiungere: “Ho vissuto una vita impegnativa perché ho voluto stare con i ‘ragazzi difficili’ e ci sto anche ora che vivo con loro in comunità”.
Due anni fa, intervenendo a una giornata di incontro, dibattito e ragionamento intorno al tema della devianza giovanile alla Cineteca MIC di Milano, Mazzi ribadiva il pensiero che lo ha sempre ispirato: “Il carcere minorile va abolito così com’è. Il sistema della giustizia minorile deve invece essere pensato come un ‘pronto soccorso’ per i ragazzi che devono starci, al massimo, qualche ora e poi devono essere indirizzati in strutture rieducative organizzate in piccoli gruppi. E sia chiaro i ragazzi non devono scontare nessuna punizione o pena, ma confrontarsi con i loro errori per cercare di capirli e ripartire da quella consapevolezza”.