Bergonzoni: “Io, ‘altrista’, vivo il carcere come esperienza d’amore”
14 Maggio 2026
Con Alessandro Bergonzoni, la logica cede il passo alla fantasia. Da anni impegnato in spettacoli e iniziative per i detenuti, il comico e drammaturgo non ha filtri. A tratti sembra che parli del carcere non per come è, ma per come dovrebbe essere, e lì vi rivolge le sue energie. Ha il coinvolgimento emotivo del non-coinvolto, un ossimoro solo apparente. “Voglio costituire l’’Associazione dei familiari non coinvolti’”, dice con ironia, intervistato da gNews. Ed ecco il paradosso: se una cosa non ti tocca da vicino, puoi immedesimarti in modo autentico, senza sovrastrutture, pregiudizi o bagagli emotivi. Una consapevolezza che è essenziale per approcciarsi all’universo-carcere e a chi lo vive ogni giorno. Parliamo con Alessandro Bergonzoni poco prima del concerto “itinerante” che ha organizzato alla Dozza per la sera del 13 maggio con il trombettista Paolo Fresu, promosso dalla Direzione e dalla Camera penale di Bologna.
Da dov’è nata l’idea?
Due anni fa entrai alla Dozza per fare uno spettacolo. C’erano 40 uomini e 40 donne, ma gli altri, chi in alta sicurezza, chi in infermeria, non c’erano. Gli stranieri non capivano. La musica invece è universale, e la tromba si presta tantissimo: anche se non amplificato, è uno strumento che raggiunge tutti. È un piacere poter inventare qualcosa che “svegli”. Moltiplicheremo questo suono nella piazza, poi in radio…faremo interviste, porteremo questa esperienza nelle scuole. Come non farlo se sei un artista? Alcuni dicono che impegnarsi in certe cose è un sacrificio. Ma non hanno idea di che piacere è poter avere rapporti con i detenuti, parlare con loro di poesia, di arte, di teatro, poter pubblicare i loro libri.

Sua è anche l’iniziativa, insieme alla Camera penale, dei biglietti gratuiti per le persone detenute e i loro familiari nei teatri cittadini.
Devono rendersi conto di potersi sedere con gli altri a un concerto, all’opera lirica, e ad altri spettacoli. È il minimo, mi scappa da ridere per quanto questa cosa sia basica. Si tratta di diritti, non di concessioni, come qualcuno vorrebbe far credere. È come dire: “Tu hai respirato oggi?”, “Sì”, “Quante volte”, “Mille”, e hai da ridire su questo. Ecco perché nelle scuole bisogna andare a raccontare queste esperienze con le persone detenute, sennò ragazze e ragazzi vengono su col concetto del codice Rocco, della pena, della reclusione, e non vedono al di là del loro naso.
Perché questo suo impegno con le persone detenute?
Alcuni mi chiedono ‘Ma tu hai avuto un parente in carcere?’. No, non l’ho avuto. Io credo nello shock pre-traumatico: prima che qualcosa accada, soprattutto l’artista – anche con la “a” minuscola, come nel mio caso – ha una capacità di immedesimazione, di osservazione, che deve andare oltre, prescindere dai propri spettacolini, dai propri libri, dalle proprie mostre, dalle proprie sensazioni. Noi abbiamo un privilegio, cioè quello di andare a conoscere tutto quello che potrebbe avvenire, e a tantissimi avviene, e noi pensiamo sempre da ‘sani cronici’, da garantisti, che tutto il resto coinvolga tutti gli altri. Questo è il mio motore, il mio motto: non riesco a immaginare senza immedesimarmi. Ecco perché con una battuta mi definisco un ‘altrista’.
Un ‘altrista’?
Sì. Il concetto di lavorare per l’altro, con l’altro e nell’altro. Il carcere è un tema civile e sociale, ben prima che politico. Anzi quello politico è proprio l’ultimo; sono molto poco avvezzo alla conoscenza politica e, pur da laureato in Legge, alla conoscenza dei fatti, dei dati. L’immedesimazione viene letta come pura follia. Secondo me la follia è non essere immedesimativi, e subire tutto quello che leggiamo, vediamo e scopriamo. Lasciare che sia tutto così com’è è la follia numero uno. Ci sono persone che non hanno dei detenuti in famiglia, che non gli è morto il figlio di tumore. La mia domanda è: possibile che persone non coinvolte riescano comunque a darsi da fare e a partecipare a qualcosa che non li riguarda? Cos’è quello che ci riguarda? Sono stanco di sentir parlare i familiari di vittime di abusi, torture, violenze; dobbiamo fare la nostra parte anche noi, che non abbiamo nessun morto. Io voglio costituire l’Associazione dei familiari non coinvolti”: mio figlio non ha avuto assolutamente niente, e perché non posso parlare di una cosa come se mi riguardasse in prima persona? È così per tanti temi. E lo dimostra la gente che scende in piazza per le guerre. Non hanno figli in trincea, cosa scendono a fare? Finalmente c’è un tema universale che comporta l’immedesimazione. Solo che la guerra ci fa paura, perché ci coinvolge, il carcere non ci fa paura perché pensiamo che non ci finiremo mai. C’è anche questa valenza. tutti interessati ai tumori, perché sono all’ordine del giorno; tutti interessati alla sanità, perché tutti ci ammaliamo. Il carcere non passa, perché pensiamo che non tocchi a noi.
…E anzi, qualcuno potrebbe dirle che si dovrebbe ‘buttare via la chiave’.
E io rispondo, come ho risposto: sì sì, buttare via la chiave, purché attaccata alla chiave ci siano la porta e il muro. E butto via tutto, sono d’accordissimo. Così come sono d’accordo con quelli che mi dicono ‘prova tu ad avere un figlio stuprato e andare ad alleggerire la vita a uno stupratore’. Io rispondo che bisogna vedere i casi singoli, e le persone che li hanno vissuti hanno mille ragioni in più per avere dei pensieri distorti. Io, fin quando non mi accadrà, voglio avere un altro tipo di impressione, di dimensione, nei confronti del perdono. Vedo gli esempi di alcune madri che hanno avuto un figlio ucciso da un delinquente, e vanno in galera e lo seguono come se fosse il loro figlio. Non c’è solo il perdono, c’è proprio un tema di anime.
Cos’è il carcere per un artista?
Un’esperienza poetica, antropologica. Un’esperienza d’amore. Questa parola oggi abusatissima con follower, cuoricini, fiorellini…e poi credo anche che ci sia un tema di gioco. Perché è un festeggiamento di altre vite, non è solo il tran-tran personale: i miei figli, la mia compagna, i miei amici, il mio pubblico…qua c’è tutto un altro pianeta. Ci sono figli, genitori, compagne. Non si può lasciare questa ‘comunanza’ solo alle associazioni, che fanno un ottimo lavoro. Li chiamo ‘i 10 demandamenti’: fallo tu, pensaci tu, organizzalo tu…io credo che si possa cominciare un’altra coreografia, se abbiamo energia sufficiente per fare altro. Per esempio, c’è tanto teatro in carcere, delle realtà meravigliose. Poi sono sempre necessari quelli che regalano dei soldi, del cibo, dei vestiti…ci mancherebbe altro, è una sinfonia e ognuno suona lo strumento che può. Ma per noi artisti è un piacere.
Qual è la sua impressione sul carcere, oggi?
Devo dire che non è più quel violento ‘ti faccio un favore, hai il privilegio di organizzare qualcosa’. Si sta cominciando a capire che è tutto un vantaggio anche per la direzione e per l’amministrazione. Non è solo un divertissement per le persone detenute che assistono o per gli artisti che entrano. Ma c’è una dicotomia: pur vedendo molti detenuti attenti, sul fatto che possono fare altro – e li ho visti partire fortemente, piacevolmente, con la scrittura, con l’arte -, dall’altro lato li ho visti anche sicuri che queste esperienze potessero essere improvvisamente vietate, o comunque interrotte. Ci sono manovre che possono renderli impotenti, consapevoli che tutto quello che c’è di buono può non continuare. C’è una fiducia estrema e una sfiducia totale. Noto ancora questa altalena. La continuità è essenziale in un carcere: se un detenuto sa che quel corso tra tre mesi non lo farà più, perché si è comportato male il suo compagno di cella, perché c’è stata una rivolta…uno si chiude sempre di più.
Ha qualche proposta?
Prendiamo le telefonate, che sono contingentate nelle carceri, nei tempi e nelle modalità. Io mi domando: ma quando uno di noi sta male, o è lontano, o ha dei problemi, cosa fa per prima cosa? Ci abbiamo mai pensato? Noi telefoniamo, a un padre, a un amico, a un medico. Allora io dico: controllatele le telefonate, registratele, per sicurezza. Ma io voglio sapere per quale motivo io carcerato che ho 30 anni da passare in un luogo non posso avere tutti i giorni la mia ora di telefono con mio figlio. Basterebbe niente a zero lire e a massima sicurezza di giustizia. Oppure si potrebbe adottare un carcerato, o seguirlo un tot di giorni al mese. Un tema già sviluppato da tanti. Parlo di ‘sciocchezze’ di questo genere, non parlo di rivoluzioni, di leggi, che hanno bisogno sicuramente di una concretezza, di una sapienza che io non ho, né è il mio lavoro.
Nella prossima iniziativa per le persone detenute vorrebbe coinvolgere gli asili della città.
Sì. Voglio mettere il suono, registrato o in diretta, dei bambini che vanno in un cortile. Perché i detenuti possano sentire questo suono. Vorrei che sentissero queste voci, per far sì che ci sia un altro riferimento all’essere vicini alla città. A Bologna prima c’era il carcere di San Giovanni in Monte, era in centro. Ora è in periferia, quindi i rumori delle scuole, di una piazza, non si sentono più.