Borsellino, il sacrificio di un magistrato per liberare la sua terra

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“Un gigantesco monumento di virtù, coraggio e fede”. Così il Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ricordava Paolo Borsellino, durante una commemorazione religiosa. “La sua memoria è impressa nel nostro cuore in modo indelebile. Nel suo ricordo e in suo onore noi continuiamo con tutte le nostre forze a combattere la mafia e ogni forma di criminalità organizzata. Onoriamo allo stesso modo i componenti della sua tutela e quelli delle Forze dell’ordine che hanno dato la vita, e rischiano ancora di darla, per la sicurezza collettiva”.

A 34 anni dalla sua morte, rimane ancora un punto di riferimento nella lotta alla criminalità organizzata e nella difesa dello Stato di diritto. Il senso del dovere e la ricerca di giustizia lo hanno reso, insieme a Falcone, il simbolo dell’Italia che resiste e combatte.

Dopo la strage di Capaci, dove persero la vita Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani, Paolo Borsellino fu consapevole che sarebbe stato il prossimo obiettivo di Cosa Nostra. Durante la sua ultima intervista, rilasciata a Lamberto Sposini, vice direttore del Tg5, volle ricordare la frase che Ninni Cassarà, Commissario della Polizia che condusse la nota operazione Pizza- connection, gli aveva detto mentre si recavano sul luogo del delitto di Beppe Montana, capo della Sezione Catturandi della Squadra Mobile di Palermo, assassinato da Cosa Nostra il 28 luglio 1985: “Convinciamoci che siamo dei morti che camminano”. Cassarà sarebbe stato ucciso il 6 agosto 1985.

Ministro Nordio nell'aula bunker di Palermo
Ministro Nordio nell’aula bunker di Palermo

Borsellino sapeva di combattere una guerra. Attorno a lui agenti e magistrati cadevano a uno a uno, ma trasformò la consapevolezza in coraggio e, fino alla fine, continuò a lavorare duramente per quella lotta alla mafia intrapresa con l’amico Giovanni. Nati a Palermo, i due giocavano a pallone nell’antico quartiere arabo della Kalsa. In quelle strade, dove i palazzi signorili si confondono con le botteghe artigiane, nasce un legame fraterno che dalle aule della scuola approda a quelle dei tribunali.

Borsellino entra in magistratura a soli 24 anni, conquistando il titolo di magistrato più giovane d’Italia. Pretore a Mazara del Vallo e poi a Monreale; nel 1975, quando Rocco Chinnici, capo dell’Ufficio istruzione del tribunale di Palermo, istituisce il Pool antimafia, viene chiamato alle armi e torna a Palermo. Insieme a Giovanni Falcone, Giuseppe di Lello e Leonardo Guarnotta costituiscono il primo gruppo di magistrati specializzato nel contrasto ai reati di stampo mafioso. “Un mio orgoglio particolare – disse Chinnici – è la dichiarazione degli americani secondo cui l’Ufficio Istruzione di Palermo è un centro pilota nella lotta contro la mafia, un esempio per le altre magistrature d’Italia. I magistrati dell’Ufficio Istruzione sono un gruppo compatto, attivo e battagliero”. Pochi anni dopo, il 29 luglio 1983, Chinnici viene ucciso sotto casa, in quella che sarà chiamata la strage di via Pipitone. Borsellino, ricordandone il profondo spirito di sacrificio, dichiarò: “Né la generale disattenzione, né la pericolosa e diffusa tentazione alla convivenza col fenomeno mafioso, spesso confinante con la collusione, scoraggiarono mai quest’uomo, che aveva, come una volta mi disse, la religione del lavoro”.

rocco chinnici

Dopo la morte di Chinnici e l’arrivo da Firenze, su sua richiesta, di Antonino Caponnetto, il pool lavora notte e giorno. Tra il 1981 e il 1982 sono circa 1.200 le vittime di mafia nel capoluogo siciliano, un morto ogni tre giorni. Nel 1985, per motivi di sicurezza, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino vengono rapidamente trasferiti all’Asinara con le famiglie. Ed é nella foresteria di Cala d’Oliva che, leggendo migliaia di pagine di verbali e testimonianze, scrivono l’imponente ordinanza di rinvio a giudizio che porterà alla celebrazione del primo Maxiprocesso. A Palermo, nell’aula bunker del Carcere Ucciardone, dal 10 febbraio 1986, portano alla sbarra 475 imputati accusati a vario titolo di associazione mafiosa, omicidio, estorsione e traffico di stupefacenti. Il più grande attacco a Cosa nostra, che si conclude nel 1987 con 360 condanne e 114 assoluzioni. Dopo il duro colpo inflitto, la Commissione interprovinciale di Cosa nostra, riunita a Enna, decide di elaborare il piano stragista: ordina le condanne a morte.

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Aula_Bunker_Ucciardone_Maggio

Sono solo 57 i giorni che separano la strage di Capaci da quella di via D’Amelio. Il 19 luglio 1992, alle 16.58, una Fiat 126 imbottita con 90 chili di tritolo esplode all’altezza del civico 21. Borsellino era arrivato per un saluto alla madre. Una carica esplosiva talmente violenta che sventra l’asfalto, provocando gravi danni alle automobili parcheggiate e ai palazzi. Muoiono così il giudice Paolo Borsellino, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina e Vincenzo Li Muli, i suoi  5 angeli custodi. Sono 24 le persone ferite dall’attentato.

“Caro Paolo – dirà il giudice Antonino Caponnetto durante il funerale di Paolo Borsellino, cui partecipa una folla di circa 10.000 persone – la lotta che hai sostenuto dovrà diventare e diventerà la lotta di ciascuno di noi”.

Soltanto pochi giorni prima di morire, durante la veglia in memoria di Giovanni Falcone a Palermo, il 20 giugno 1992, Borsellino pronuncia queste parole: “La lotta alla mafia, il primo problema da risolvere nella nostra bellissima e disgraziata terra, non deve essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale che coinvolge tutti, che ci spinge a fare il nostro dovere, a credere che si può cambiare”.