Bruno Caccia, il Procuratore che non guardava in faccia nessuno
26 Giugno 2026
La sera del 26 giugno 1983, a Torino in via Sommacampagna, Bruno Caccia porta a spasso il cane. Senza scorta e solo, viene affiancato da una Fiat 128. Dai finestrini sporgono solo le armi e una raffica di proiettili lo raggiunge, 14 in serie e 3 colpi di grazia lo lasciano senza vita sull’asfalto. Il procuratore capo della Repubblica quella sera aveva dato il giorno libero alla sua scorta.
Classe 1917, figlio del presidente del Tribunale di Torino, Caccia era entrato in magistratura nel 1941, quando ancora il Ministero portava la dicitura “di grazia e degli affari di culto”. Lo stato matricolare dell’ufficio della Procura del Re, dove prese servizio, e il parere per il conferimento delle funzioni giudiziarie sono ancora oggi reperibili sul sito del Consiglio superiore della magistratura.
Sul parere si legge: “il dottor Caccia è dotato di solida preparazione culturale, generica e specifica, ed è uso ad approfondire l’esame dei vari problemi cui deve di volta in volta risolvere” e possiede “perspicui requisiti di capacità giuridica congiunta a molto senso pratico, retta intuizione e mirabile facilità interpretativa”.
Sin da subito si distingue per l’estrema dedizione al lavoro e per il carattere imperturbabile. Durante la carriera di sostituto procuratore, prima a Cuneo e poi a Torino, si occupa di diverse inchieste, tra cui il rapimento del magistrato genovese Mario Sossi da parte delle Brigate Rosse, raccoglie le dichiarazioni dei pentiti e firma la richiesta di rinvio a giudizio di 70 brigatisti.
Nel 1980, diventato procuratore capo del Tribunale di Torino, resosi conto che le grinfie della mafia stavano raggiungendo anche il Nord Italia, affianca alle indagini sul terrorismo rosso quelle sulle attività illecite gestite da alcuni clan mafiosi arrivati in territorio piemontese.
Subito dopo l’agguato, giungono le rivendicazioni prima da parte delle Br e poi dai Nar, i Nuclei armati rivoluzionari, ma entrambe si rivelano infondate. La vera svolta nelle indagini arriva, anche stavolta, come lui stesso aveva spesso dimostrato, con la collaborazione dei testimoni di giustizia. Solo nel 2020 i giudici della Suprema Corte di cassazione, definendo l’omicidio come “delitto di criminalità organizzata”, hanno definitivamente condannato all’ergastolo i responsabili, appartenenti a clan della ‘ndrangheta. Negli ultimi anni, la procura generale di Milano ha riaperto il fascicolo sull’omicidio raccogliendo nuovi elementi e dichiarazioni dei due condannati.
“Io non avevo mai sentito la parola ‘ndrangheta – racconta Paola, figlia di Bruno, in un’intervista all’Associazione nazionale magistrati -. Sapevo che c’erano dei clan in Sicilia e in Calabria, ma non immaginavo che costituissero un pericolo per la vita di mio padre. Era un uomo onesto – aggiunge – è per questo che continuiamo a raccontare i suoi valori nelle scuole. Sperando che possano essere da modello per i cittadini del futuro”.