Carcere, quando il volontariato è una vocazione. Incontri con i protagonisti

Nicola Boscoletto (da Facebook)
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Da questa settimana, ogni sabato, incontriamo persone rilevanti del terzo settore, donne e uomini  che hanno creato lavoro e formazione per i detenuti, promosso la cultura come esercizio  di libertà, sfidato ostacoli burocratici, combattuto  pregiudizi e  stereotipi. Tra passato e presente, attraverso queste figure, è possibile riscrivere la storia del mondo penitenziario dalla Riforma Gozzini a oggi.

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Nicola Boscoletto, il “burbero benefico” dell’imprenditoria sociale

Originario di Chioggia, classe ’63, Boscoletto è il socio fondatore della cooperativa Giotto, creata  nel 1986 come Agriforest, insieme ad altri laureati e laureandi in scienze agrarie e forestali, per offrire servizi di manutenzione e cura di parchi e giardini.

Ispirati dal pensiero di don Luigi Giussani, fondatore di Comunione e Liberazione, Nicola e i suoi compagni orientano la vocazione sociale verso marginalità e carcere. Iniziano proponendo un corso di giardinaggio per i detenuti della casa di reclusione Due Palazzi di Padova; in seguito la cooperativa organizza corsi anche in altri settori e, dal 2001, porta il lavoro in carcere, coinvolgendo anche altre imprese. La fama ‘extra moenia’ arriva però con la pasticceria e il mitico panettone apprezzato dai reali inglesi e premiato dal New York Times.

Oggi Giotto ha 600 dipendenti di cui 90 detenuti, un centinaio di persone con disabilità e un altro centinaio di lavoratori con problemi di marginalità. Secondo il Corriere della Sera, vanta un ricavo di 17 milioni di euro nel 2024.
Nicola Boscoletto però sostiene con forza che per il carcere e per i detenuti si potrebbe fare molto di più.

All’origine fu un corso di giardinaggio nella casa di reclusione Due Palazzi di Padova. Siamo nel 1991: cosa ricorda di quella prima esperienza?  

Ricordo l’entusiasmo, tipico di noi giovani non ancora trentenni, che ci animava e ci sosteneva. C’era una grande idealità, una grande ricerca di senso che aveva contraddistinto gli anni dell’università. Avevamo avuto un grande maestro, don Luigi Giussani (un moderno don Bosco), che ci ha trasmesso un’ossessione, “quella di non vivere inutilmente la nostra vita”, di amare la nostra libertà e quella di ogni uomo in qualsiasi situazione dovesse trovarsi. Non si costruisce niente di buono e di duraturo senza un grande ideale. Ne è una dimostrazione l’opera di San Giovanni Bosco che, a distanza di poco meno di due secoli è diffusa e conosciuta in tutto il mondo e che ha salvato e continua a salvare un numero notevole di giovani. Pochi ricordano che tra i primi a riconoscerlo è stato l’allora ministro Urbano Rattazzi, che colpito dai risultati (il clima del tempo non lo avrebbe accettato) ha aiutato, difeso e sostenuto l’opera di don Bosco, tanto da inviare anche un suo giovane parente nelle strutture del sacerdote salesiano, ritenendo che se fosse finito in carcere difficilmente si sarebbe recuperato.

Grazie a questa modalità di stare di fronte alla realtà, le difficoltà non ci hanno scoraggiato, i continui “no”, “non si può fare”, “non l’ha fatto nessuno prima di me”, non ci hanno fermato. Questa è stata una condizione necessaria ma non sufficiente, perché se non avessimo incontrato nel nostro cammino alcuni direttori, alcuni magistrati, alcuni educatori e alcuni agenti che credevano in quel che facevano e che hanno avuto la forza di assumersi delle responsabilità, noi oggi non ci saremmo. Tutto questo personalmente per me ha un nome: Provvidenza.

Poco più di 10 anni dopo nel 2003 alla coop Giotto viene assegnata l’erogazione dei pasti e poi la pasticceria, realizzata coinvolgendo come start up la cooperativa Work crossing. Da allora il carcere di Padova è conosciuto anche a livello internazionale per il panettone Giotto realizzato dai detenuti. Come ci siete riusciti? 

Il decennio 2000-2010 è stato il più ricco, il più creativo, il più innovativo. L’introduzione della legge Smuraglia ha immesso un’energia, una voglia di fare in tutti, amministrazione penitenziaria e terzo settore in primis, che poi non si è più vista. Per gli addetti ai lavori il progetto PEA 14 (l’iniziale sperimentazione, a partire dalla gestione delle cucine/vitto, cioè trasformare i cosiddetti lavori domestici in lavori veri e propri e seriamente professionalizzanti) é stata la prima e forse l’ultima vera innovazione che avrebbe potuto far cambiare volto al sistema penitenziario italiano. Permettetemi di citare Maria Pia Giuffrida, la vera artefice di questa visione. Dieci cooperative in dieci istituti, distribuiti in tutta Italia: abbiamo lavorato sodo e bene per una decade, poi a fine 2014 chi governava e dirigeva le carceri in quel momento ha fatto morire tutto senza un valido motivo. Tali e tanti erano i risvolti positivi (qualità del servizio, grande risparmio economico, vera formazione delle persone detenute con una reale prospettiva esterna, ricaduta positiva su tutta la popolazione detenuta nei dieci istituti coinvolti in termini di qualità della vita e in termini sanitari) che i direttori dei dieci istituti presero carta e penna e scrissero una lettera al capo e al vice capo del Dap, ai sette provveditori coinvolti, più altri direttori generali, invitandoli a non commettere questo grave errore: “L’esperienza, ad avviso degli scriventi, è stata oltremodo positiva come dimostrano i risultati che, di seguito, si prova a sintetizzare…”.  A nulla valse quella lettera. Chissà se oggi, di fronte a scelte palesemente sbagliate, dieci direttori firmerebbero una lettera di quel tipo? Sembra quasi impossibile. Ci vorrebbe una grande libertà e quando le persone non si sentono libere di dare il proprio contributo, perché troppo rischioso per la loro carriera, è proprio una grande tristezza!

Ma sono state molte le sfide che abbiamo affrontato con tante collaborazioni. Alcune le abbiamo vinte, altre no. L’aver creato e portato ai livelli che oggi tutti conoscono la pasticceria del Due Palazzi, che ora è condotta dalla cooperativa Work Crossing, è solo una delle tante iniziative avviate in Italia e all’estero. Nei primi anni duemila abbiamo aiutato due cooperative romane per il carcere di Rebibbia, come pure abbiamo aiutato la nascita di una cooperativa sociale nel carcere le Capanne di Perugia, purtroppo forzatamente chiusa durante il covid. Come pure un bellissimo progetto per il carcere di Porto Azzurro è fallito nonostante l’enorme impegno del direttore, mentre in Sicilia le cose stanno procedendo piano piano ma bene e questo grazie a tante brave persone che amano il loro lavoro. Il modello Giotto si è fatto  comunque strada anche negli Stati Uniti, a Chicago, nella Cook County Jail, un carcere di novemila persone detenute guida dato uno Sceriffo illuminato (cioè professionalmente ed umanamente ricco) e da un imprenditore italo americano, Bruno Abate. E  poi abbiamo altri cantieri in Portogallo e in Brasile.

Quali i riconoscimenti più gratificanti? 

Preferirei dire che cosa ci ha aiutato a crescere come persone e come comunità lavorativa. A farci crescere sono stati i problemi e le difficoltà, soprattutto quelle inutili, generate spesso dall’invidia, dall’interesse e dalla ricerca di una visibilità propria invece che del bene comune. Ecco queste sono le circostanze che, quando capitano, possono farti crescere, maturare, perché ti costringono a chiederti: “ma chi me lo fa fare?” O te lo chiedono gli altri: “ma chi te lo fa fare?”. Sono queste le circostanze in cui hai la possibilità di chiederti il senso di quello che fai, perché lo fai, per chi lo fai. Se accetti questa sfida hai la possibilità di crescere sia umanamente che professionalmente: due elementi che quando sono presenti contemporaneamente fanno grande un uomo, un lavoratore.

La cooperativa Giotto ha dato lavoro a circa 1200 persone di cui 600 detenuti e oltre 150 svantaggiati. C’è una persona, una storia che ricorda con particolare emozione?

In 35 anni di attività con e nel mondo del carcere, ma non solo, sono qualche migliaio le persone a cui abbiamo dato una opportunità lavorativa:  più di 1500 le sole persone detenute, come pure le persone con disabilità fisica, psichica e psicofisica. Molte le persone che ricordo e con le quali tutt’oggi esiste un positivo e solido rapporto. Penso a una persona albanese che dopo aver lavorato per dieci anni in pasticceria ha aperto in una città italiana importante una qualificata pasticceria o un ragazzo cinese entrato in carcere poco più che maggiorenne, che oggi gestisce una bella attività in proprio. Sono  tantissimi ad avercela veramente fatta, a essersi ricostruiti una vita con modalità regolari e con un sano senso di gratitudine.

Di recente è uscito il volume a cura di Vera Zamagni ” La Cooperativa Giotto, una normalità eccezionale”. Perché la vostra normalità è eccezionale?

Tutto nasce da una frase che tutte le persone (imprenditori, amministratori pubblici, professori, scuole, organizzazioni varie del mondo del lavoro, altre realtà che operano nelle carceri italiane o estere) che venivano in carcere per conoscere le nostre attività, durante la visita oppure alla fine ci dicevano: “che cosa eccezionale che avete fatto”. Ecco non cedere alla lusinga di questa frase montandoci la testa è stata la nostra fortuna perché avevamo capito che in tutto quello che facevamo non c’era niente di eccezionale, stavamo semplicemente applicando il dettato costituzionale (e non solo l’articolo 27) e le normative di settore. Il tutto sembrava eccezionale perché non essendoci più nulla o pochissimo di normale, quando incontri un po’ di normalità ti sembra eccezionale.

All’ultima presentazione del libro che è stata fatta a Chioggia ha portato la sua testimonianza anche Claudia Francardi, vedova di Antonio Santarelli, il carabiniere ucciso in servizio, raccontando anche del rapporto che è nato tra lei e Irene Sisi, la madre del giovanissimo autore del reato. Ritiene che i percorsi di riconciliazione rappresentino un’opportunità importante nell’attività rieducativa?

Claudia Francardi, Irene Sisi, Margherita Coletta, Agnese Moro, Silvia Giralucci, Gemma Calabresi, Benedetta Tobagi, Fiammetta Borsellino, Gino Cecchettin e una schiera di tantissime altre persone meno note ma altrettanto significative e preziose rappresentano una vera e propria speranza per tutti. A certa politica piace parlare delle vittime salvo poi non aiutarle come si dovrebbe e senza neanche ascoltarle. La cosa che viene più facile è usarle. La differenza è sempre quella che Papa Francesco non smetteva mai di ripetere: “le persone vanno servite, non bisogna servirsene”.  Se, sempre a Padova, non fosse nata una realtà come Ristretti Orizzonti, guidata con amore, passione e tanta professionalità, tutte queste esperienze di sofferenza e di significato oggi non ci sarebbero.

Riporto una frase che un nostro “vecchio delinquente”, che oggi non c’è più, assieme ad altri nove compagni di sventura scrisse all’allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e a Papa Benedetto XVI: “Occorre che pur pagando quello che ognuno di noi deve pagare, ciascuno sia aiutato a guardare a una prospettiva e ricordatevi che, quando ci si rende conto del male fatto, non si vorrebbe più finire di scontare la pena e anche quando la si è finita di scontare, il dolore che rimane nel cuore è grande”.

Il bisogno di trovare un senso a quello che è successo è necessario sia per chi ha subito la perdita di una persona cara, sia per chi la persona l’ha uccisa. È un dramma tanto doloroso quanto misterioso a cui occorre stare di fronte con rispetto, senza giudizi sommari o ancor peggio pregiudizi.

 Dal suo punto di vista di imprenditore nel sociale, quali sono gli ostacoli e le criticità che impediscono un significativo incremento del lavoro in carcere?

La prima cosa è la difficoltà di avere interlocutori, tanto nell’amministrazione quanto nella politica, che siano veramente interessati a dialogare e lavorare assieme, per poter costruire. La politica stenta a concepirsi come rappresentante della società civile, delle comunità intermedie, al massimo il cosiddetto Terzo Settore è usato quando serve, per essere poi addirittura ostacolato quando fa troppo “bene il bene”. Parlare di lavoro rischia di  diventare uno slogan vuoto: “tutti dovrebbero lavorare”, “se tutti lavorano la recidiva scende a zero” e così via. Si parla di lavoro senza tenere conto del contesto, della realtà, di quale sia la tipologia della popolazione detenuta oggi. Sono persone prevalentemente plurisvantaggiate: con problemi di dipendenza da sostanze, da alcool, da farmaci, da gioco; che vivono un profondo disagio culturale, educativo e sociale; che se non sono invalidi lo diventano, oppure hanno problemi di equilibrio psicologico fino a patologie psichiatriche importanti, o sono stranieri. Dimenticavo – hanno anche infranto la legge, vero. Ma di che cosa stiamo parlando? Una persona che abbia solamente un problema di dipendenza da sostanze stupefacenti dovrebbe fare un lungo percorso in comunità prima di poter iniziare ad affrontare un percorso formativo e lavorativo.

In due parole non c’è attenzione e ascolto reale, la realtà non è al centro. Chi sa e ha esperienza non è mai coinvolto sul serio, il confronto e il fare assieme, nei fatti, sono visti come un pericolo e non come la soluzione di molti problemi. Qui, ormai, si manda in sala operatoria a operare il tecnico delle macchinette del caffè. Questo porta inevitabilmente a un non rispetto reciproco tra tutti i soggetti che partecipano al “raggiungimento dello stesso scopo”. Si fa fatica a comprendere che tutti i soggetti in campo, pur avendo ruoli e compiti diversi, hanno pari dignità, che non ce n’è uno più importante dell’altro. Purtroppo il Terzo settore spesso è guardato dall’alto verso il basso (chiaramente non a parole, nei discorsi e negli scritti), è concepito come ospite, come ultima ruota del carro. Quando è il momento di prendere semplici decisioni operative, sparisce e diventa invisibile come se quello che fa e costruisce tutti i giorni non avesse alcun valore. In una parola, lo scopo per cui si fanno le cose, per cui si lavora è ridotto a un lumicino, con l’inevitabile conseguenza che si continua con estrema facilità e disinvoltura a buttare via assieme all’acqua sporca anche il bambino.

Alcuni giorni fa un magistrato di sorveglianza affermava che, in qualsiasi lavoro ma in particolare per chi ha la responsabilità del percorso di recupero delle persone, detenuti compresi, se alla professionalità non si unisce una grande umanità è meglio cambiare lavoro. Aggiungo che una giustizia che non sia umana non potrà mai essere una giustizia giusta, anzi, genererà solo altra ingiustizia.

Permettetemi di chiudere con una considerazione in merito all’ultimo “Report ufficiale della Corte dei conti 2025”, dove si sottolinea la drammaticità delle condizioni delle carceriNiente di nuovo sotto il sole. Ricordo, come fosse oggi, la relazione sempre della Corte dei conti del 2014, su ”Assistenza e rieducazione dei detenuti”, con un focus sul capitolo 1761 del Ministero della Giustizia. Che cosa è stato messo in pratica? Chi ha verificato che venisse messo in pratica? Ma dirò di più, chi oggi ne è a conoscenza? È veramente una cosa strana, da un lato se non fai una gara tra tre ditte per acquistare una risma di carta per il fotocopiatore rischi il carcere, salvo poi far finta di niente e girarsi dall’altra parte per una parte importante di welfare che riguarda tutta l’Italia.

Il nostro è un Paese proprio strano.