Carcere, quando il volontariato è una vocazione. Incontri con i protagonisti

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Ogni sabato incontriamo persone rilevanti del terzo settore, donne e uomini  che hanno creato lavoro e formazione per i detenuti, promosso la cultura come esercizio  di libertà, sfidato ostacoli burocratici, combattuto  pregiudizi e  stereotipi. Tra passato e presente, attraverso queste figure, è possibile riscrivere la storia del mondo penitenziario dalla Riforma Gozzini a oggi.

Michalis Traitsis  – Il teatro in carcere riabilita e si riabilita

Difficile trovare una foto in cui Michalis Traitsis non sorrida. Di motivi per essere soddisfatto in effetti l’ideatore del progetto  Passi sospesi di  Balamòs Teatro APS ne ha: pur fra le varie criticità di cui parlerà nell’intervista, la sua  visione del teatro ha superato i cancelli delle carceri veneziane, in cui opera da quasi vent’anni, per raggiungere la Biennale teatro, la Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia e molte istituzioni internazionali.
Membro e socio fondatore del Coordinamento Nazionale Teatro in Carcere (partner di un Protocollo d’intesa con il dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria), ha ottenuto l’encomio del Presidente della Repubblica e, nel 2013, il premio Critici del teatro.
Greco di origine, nel 1986 è venuto in Italia per iscriversi alla Scuola superiore di giornalismo di Urbino. Il primo approccio con  il mondo del teatro è avvenuto però durante la frequenza della facoltà di Sociologia. Spinto da un amico ad assistere a una lezione di teatro, “rimasi folgorato dall’energia che quella pratica poteva generare” racconta.

Dal teatro universitario ai palcoscenici del carcere: come è accaduto?
Tutto è iniziato con una  collaborazione nel 2002-2003 con la casa circondariale di Pesaro e poi di Montacuto con un progetto di Vito Minoia. Poco dopo, nel 2006 ho creato negli istituti di Venezia il progetto Passi sospesi di Balamòs Teatro.

Scena di uno spettacolo realizzato alla SAT di Venezia

Lei tiene a specificare di fare anche pedagogia teatrale. Da cosa è caratterizzato il suo metodo laboratoriale?
L’aspetto pedagogico ha a che fare prevalentemente con quella che si potrebbe definire la formazione della persona e risiede nella propedeutica all’interpretazione di un ruolo, nell’acquisizione di tutti quegli strumenti che servono a fare teatro. La persona deve poter gestire corpo, mente e questo comprende respirazione, attività fisica, introspezione psicologica. Quando comincio a lavorare non rivelo mai  il tema dello spettacolo ma cerco di capire, attraverso ricerca e sperimentazione, quali sono le specificità e le esigenze dell’interprete, in modo che possa approcciarsi al personaggio partendo da sé. Per me, infatti,  il teatro non è interpretare ma “essere”. E’  elaborare il dolore per restituire bellezza. E’ quanto c’è di te che li interpreti di Romeo e Giulietta. In carcere mi sento di poter dire che ho scoperto una miniera. Ci sono molte persone che hanno bisogno di mettersi in discussione per dire la verità.

scena da Le troiane (2013)

Lei ha detto che non occorre che l’interprete sia artista, l’importante che lo sia il regista. Ma davvero non si può definire artista il detenuto attore?
E’ un’affermazione che non è stata interpretata correttamente. Come ho detto, credo fermamente che la valenza del teatro sia elaborare il dolore per restituire bellezza: prendere un’emozione, contenerla e restituirla.  In questo  caso la professionalità è più un aspetto tecnico.
Nel 2013 abbiamo ricevuto il  premio dell’Associazione critici per il teatro  per l’allestimento delle ‘Troiane’ perché è stato riconosciuto proprio questo aspetto. Le donne hanno fatto un lavoro sull’elaborazione del dolore in quanto le ‘Troiane’ è un canto funebre, non ha una trama.  E’ stato molto significativo. In tal senso si può dire che le detenute hanno svolto un lavoro artistico pur non essendo professioniste.

Circa venti i percorsi laboratoriali di Balamòs conclusisi  con  spettacoli nella SAT, ora chiusa, a Santa Maria Maggiore e, dal 2010, all’istituto femminile della Giudecca. Il suo progetto vanta una collaborazione molto stretta con la Biennale D’arte e con la Mostra del Cinema di Venezia. Fare teatro in carcere come “vicini di casa” della Biennale è più facile?
In realtà, una  delle caratteristiche del progetto Balamòs fin dall’inizio è stata quello di avviare relazioni con tutte le istituzioni territoriali per  far conoscere fuori quello che si realizza dentro. Molto significativa è la collaborazione con il Centro Teatro Universitario di Ferrara dove, dal 2005, conduco laboratori teatrali. Realizzo incontri e spettacoli  con detenuti e studenti, ho collaborato con il Liceo Foscarini di Venezia, abbiamo un protocollo d’intesa con il Teatro stabile del Veneto e ogni anno realizziamo incontri didattici con attori ospiti della Biennale o di passaggio a Venezia per altri motivi.

David Cronemberg, Matteo Garrone, Gabriele Salvatores, Gianni Amelio, Pupi Avati sono solo alcuni degli attori e dei registi ospitati in questi anni negli Istituti di Santa Maria Maggiore e della Giudecca. Quale è stato il loro contributo all’attività di Balamòs?
Invitiamo artisti che riteniamo abbiano una sensibilità umana e sociale. Gli incontri sono preceduti dalla visione di film da loro diretti o interpretati in modo che si arrivi all’incontro preparati. Si tratta di incontri proficui che contribuiscono alla formazione dei partecipanti ai nostri laboratori.

Di recente vi siete incontrati anche con Willem Dafoe, presidente della Biennale Teatro, e con Pietrangelo Buttafuoco presidente della Biennale di Venezia. L’attore statunitense ha molto apprezzato la vostra breve performance
Incontro importante perché nella prospettiva di rendere ancora più solida la collaborazione con la Biennale. Inoltre nel carcere di Santa Maria Maggiore si sta ristrutturando un locale da destinare a una sala teatrale aperta al pubblico.

In conclusione, cosa manca al pieno riconoscimento della funzione del teatro in carcere?
Manca il fatto di considerarci professionisti quali siamo mentre a volte sentiamo quasi di essere considerati operatori culturali di serie B. Una caratteristica positiva di Balamòs è il fatto di essere un’attività continuativa, un laboratorio permanente non soggetto a tempistiche e indipendente dai finanziamenti. Questo è possibile grazie al fatto che io ho un’attività come docente all’Università di Ferrara ma non tutti possono permettersi di investire tanto tempo a fronte di una precarietà e discontinuità nei fondi. In tutto il mondo, anche in Cina dove sono stato di recente, il teatro in carcere italiano è considerato un’eccellenza. Dispiace che non sia  pienamente riconosciuto nel suo valore proprio in Italia.
E’ indiscutibile che il teatro abbia per i detenuti una funzione riabilitativa ma in realtà il teatro in carcere riabilita anche la sua funzione proprio per il luogo in cui la esercita.

Le puntate precedenti

Nicola Boscoletto

Daniela Ursino