Carcere, quando il volontariato è una vocazione. Incontri con i protagonisti
16 Giugno 2025
Ogni sabato incontriamo persone rilevanti del terzo settore, donne e uomini che hanno creato lavoro e formazione per i detenuti, promosso la cultura come esercizio di libertà, sfidato ostacoli burocratici, combattuto pregiudizi e stereotipi. Tra passato e presente, attraverso queste figure, è possibile riscrivere la storia del mondo penitenziario dalla Riforma Gozzini a oggi.
Anna Protopapa: artista e volontaria “free lance”
Operatrice sanitaria, fin da giovanissima attiva nel sociale, Anna Protopapa è entrata nel carcere di Reggio Emilia da ‘indipendente’, senza cioè far parte di un’associazione di volontariato, nel 2020 durante il primo lockdown. In piena emergenza sanitaria da covid-19 ha messo a disposizione della comunità carceraria una spiccata attitudine alla manualità e una notevole capacità organizzativa per realizzare dispositivi di protezione individuale. Da allora non ha mai smesso l’attività di volontariato in carcere: ancora oggi ‘free lance’ ha creato il progetto ‘Liberi ART’ che trasforma temi e concetti, oggetto di riflessione con i detenuti, in oggetti con valore artigianale e anche artistico.
L’impegno nel sociale di Anna non riguarda però solo i detenuti: è delegata regionale di Gens Nova associazione che tutela i i soggetti svantaggiati vittime di violenza e gestisce un punto d’ascolto dedicato alle vittime presso uno studio legale di Reggio Emilia.
Cosa ricorda di quel periodo, indimenticabile per tutti ma, soprattutto per chi si trovava, a vario titolo, in carcere?
Mancavano le mascherine, al tempo erano introvabili e ne occorrevano ingenti quantità per contenere il contagio. Il rischio maggiore di contrarre il virus e la carenza di presidi erano motivo di agitazione tra la popolazione detenuta. Così mi sono attivata per tale produzione facendo in primis appello alla solidarietà di aziende, di commercianti e di privati sul territorio nazionale che hanno risposto positivamente alla mia richiesta mettendo a disposizione ritagli di stoffa, oltre ad atri materiali (elastico, filo, macchine per cucire). Ho poi acquistato io stessa quello che mancava per realizzare le prime mascherine, coinvolgendo detenuti. Sempre in quel periodo, per il carcere di Modena e quello di Castelfranco Emilia, sono riuscita a mettere a disposizione materiale Tnt per la produzione di presidi.
Come è riuscita a coinvolgere detenuti in un momento così difficile?
L’adesione di alcuni detenuti fu immediata e in breve riuscimmo ad allestire un laboratorio con macchine per cucire fornite da alcune canoniche del circondario. Credo che la reazione positiva sia stata determinata dalla consapevolezza di dare un contributo al bene di tutti, in un contesto così complesso come il carcere dove la concentrazione di focolai covid era veramente esplosiva. Le prime mascherine realizzate furono messe a disposizione di tutti i detenuti, del personale della struttura detentiva e dei familiari dei ristretti. Seguirono poi iniziative di donazioni sul territorio reggiano e fuori dai confini regionali e nazionali come l’invio di presidi solidali ai bambini della missione di Apeitolim in Uganda, a tutte le Forze dell’ordine di Reggio Emilia, ai piccoli pazienti dell’ospedale Regina Margherita di Torino. Consegnai personalmente le mascherine durate un’udienza generale anche a Papa Francesco.

Dopo l’urgenza è arrivato il momento di mettere a disposizione dell’Istituto Penale di Reggio Emilia la sua passione artistica
Nell’estate del 2021 ho ideato il progetto ‘Liberi Art’ che punta alla rieducazione dei ristretti attraverso l’utilizzo dell’arte. Otre a insegnare come utilizzare la manualità per esprimere e liberare il loro potenziale creativo, il metodo utilizzato consiste nell’affrontare tematiche sociali quali la violenza sulle donne, sui bambini, sull’ambiente, bullismo e cyberbullismo, religioni, inclusione, giustizia e legalità. Temi che, al termine di percorsi di confronto e riflessione, si concretizzano poi con la realizzazione di quadri e manufatti che diventano oggetto di mostre Liberi Art itineranti. Intendiamo così costruire ponti di solidarietà tra il mondo carcerario e la società civile. Tra gli eventi che ritengo più significativi c’è senz’altro la mostra contro la violenza sulle donne che ho organizzato in collaborazione con gli Istituti Penali, il Comune e la Biblioteca Marco Gerra di Reggio Emilia.
Nell’ambito della medesima esposizione abbiamo svolto altre due iniziative: ” L’ amore unisce ” che ha coinvolto in un laboratorio creativo le persone del Centro di salute mentale di Reggio Emilia. In occasione del Trentennale della Strage di Capaci e via D ‘Amelio si è svolta negli Istituti Penali di Reggio Emilia la Mostra Liberi Art “Arte in carcere, un dono a Salvatore Borsellino” presente all’ evento con la sua testimonianza . “Arte in carcere: un cammino verso la Legalità” invece è la mostra Liberi Art che si è svolta nella Scuola di formazione e aggiornamento della Polizia Penitenziaria ‘Giovanni Falcone’ a Roma, in collaborazione con il Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria e con il patrocinio del ministero della Giustizia. Mi piace ricordare anche il progetto del 2023, ” Sbagli, sofferenza e vita”, consistente nella realizzazione di due serie di quadri. Un primo gruppo di opere dedicate alla realtà del carcere: dalla consapevolezza dei propri errori, alla sofferenza per la separazione dagli affetti famigliari e per la privazione della libertà personale, al dramma dei suicidi e alla voglia di migliorarsi per cercare di vivere fuori dalle mura una vita nuova. Un’altra serie di quadri invece sono dedicate al Corpo di Polizia penitenziaria e raffigurano i diversi loghi del Corpo, oltre a un’opera dal titolo “Il male oscuro delle divise” per sensibilizzare anche sulla sofferenza e il fenomeno dei suicidi degli Agenti, e delle Forze dell’ordine in generale.
In cosa consistono le creazioni LiberiArt?
Quadri, oggetti dal significato simbolico, piccole sculture di carta che i detenuti partecipanti possono donare ai familiari. In occasione dell’8 marzo pergamene donate alle mogli, fidanzate, figlie, al personale femminile del carcere reggiano e agli alunni delle scuole che hanno partecipato al nostro progetto segnalibri.
Il suo impegno sembra caratterizzarsi per aver realizzato iniziative coinvolgendo anche come partner soprattutto la Polizia Penitenziaria e le Forze dell’ordine. Da cosa è stata determinata questa scelta?
Le mie iniziative in generale toccano diverse tematiche e problematiche sociali che per essere affrontate nella loro complessità in maniera approfondita richiedono il coinvolgimento di diverse istituzioni: non solo Forze dell’ordine ma anche Comuni, realtà territoriali, scuole, biblioteche…
Ho sempre considerato la Polizia Penitenziaria e le Forze dell’ordine molto importanti per il prezioso ruolo che svolgono per la società civile, per la sicurezza pubblica e la protezione dei cittadini sia dentro che fuori dalle mura carcerarie. Per me è fondamentale il “rispetto” della persona, sia essa detenuta o no, e nelle attività rieducative che svolgo con i ristretti ritengo essenziale che sia ritenuto tale anche nei confronti degli uomini e le donne che indossano una divisa e che spesso invece vengono considerati nemici, da alcuni detenuti, quando in realtà i loro unici nemici sono i reati che hanno commesso. Pertanto, a mio parere, necessitano di maturare la consapevolezza dei propri errori dei quali sono prigionieri. E’ questo il primo passo verso il cambiamento. Una impresa ardua, ma non impossibile! Anche il lavoro della Polizia Penitenziaria è finalizzato alle attività rieducative dei detenuti collaborando con le diverse figure professionali, gli operatori e volontari penitenziari.

Secondo lei il carcere oggi rappresenta davvero un’opportunità di riabilitazione oppure le criticità vanificano il compito assegnatogli dall’articolo 27 della Costituzione?
Dal mio punto di vista l’efficacia o meno della riabilitazione dipende in gran parte dalla volontà del detenuto. La mia esperienza mi porta a dire che ci sono detenuti che hanno voglia di cambiare e altri che per “loro scelta” vanificano le opportunità di riabilitazione che il carcere mette a disposizione. E’ anche vero che le criticità del carcere, intese come la mancanza di spazi adeguati per consentire le progettualità rieducative, possono incidere e limitare i percorsi di riabilitazione dei detenuti.